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Borderline Gender


Borderline Gender. O del conflitto d’identità e di identificazione sessuale. Uno straordinario studio di un gruppo di missionari saveriani sul fenomeno
transgender, visto nella mitologia, nella storia e nella cultura di Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan. «Argomenti connessi alla sessualità e alle sue molteplici apparenze ed espressioni paiono oggi richiedere sempre maggiore attenzione, sia da parte dei media sia dell’opinione pubblica. Di primo acchito, la situazione sembrerebbe determinata dalla novità dell’argomento. Anche se la ricerca raccolta in questo libro racconta una storia completamente diversa».

Vienna, lunedì 3 Novembre. La drag queen Conchita Wurst – venticinquenne colombiano cresciuto in Germania, conosciuto all’anagrafe come Tom Neuwirth, diventata famosa per aver vinto l’edizione 2014 dell’Eurovision Song Context tenutosi a Copenhagen (il “Sanremo” in chiave europea) e per aver cantato al Parlamento europeo e in diversi eventi LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender) – ha il privilegio di esibirsi al quartier generale delle Nazioni Unite in occasione di una conferenza a cui partecipa anche il segretario generale Ban Ki-moon. Bella e affascinante come poche, corpo stupendo, capelli corvini, occhi truccati, ciglia finte, mani curate e affusolate, rossetto discreto che accentua una barba risorgimentale e baffi nerissimi, la Wurst veste un abito castigato di un blu brillante che sfiora le caviglie e scende ai polsi, e indossa scarpe nere con tacchi a spillo. Canta, ma non solo. Davanti alla platea gremita di capi di stato dichiara: «Sogno un futuro in cui non si parlerà più di orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso». Le fa eco Ban Ki-moon: «Continuerò a lottare contro la transfobia e l’omofobia. Difenderò l’uguaglianza con tutte le mie forze. Spero che altri di voi si uniscano alla nostra campagna Free and Equal».

Ban Ki-moon con Conchita Wurst

Già nel 2010 il segretario generale delle Nazioni Unite aveva pronunciato una frase storica: «A tutti coloro che sono gay, lesbiche, bisessuali o transgender: lasciatemi dire che non siete soli. A voi che lottate per la fine della violenza e della discriminazione, dico: è uno sforzo che condivido. Oggi io sto con voi. E chiedo a tutti i paesi e alla gente comune di stare dalla vostra parte. Un cambiamento storico è in corso. Dobbiamo contrastare la violenza, decriminalizzare relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso e chiudere con la discriminazione. Dobbiamo educare la gente. Chiedo a questo Consiglio e a tutte le persone responsabili di fare in modo che questo accada. I tempi sono maturi». Il 7 marzo 2012, al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, rincara la dose: «Alcuni credono che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano argomenti delicati. Capisco. Come molti della mia generazione, non sono cresciuto parlando di questi argomenti. Ma ho imparato a farlo perché molte vite sono al palo e perché è nostro dovere, secondo la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani, proteggere i diritti di ciascuno, ovunque».

A leggere i quotidiani, le parole di Ban Ki-moon sembrano rimanere inascoltate. Ancora oggi, in 76 paesi, molti dei quali ritenuti civili, omosessuali, bisessuali, transessuali di tutte le età e religioni sono oggetto di derisioni, discriminazioni, violenze fisiche e verbali, o ancora di vere e proprie torture, con la connivenza silenziosa delle autorità che non offrono loro adeguata protezione, per non parlare dei paesi in cui gli LGBT rischiano la condanna a morte. Nell’Italia del 1968, in anni che definire di lassismo sessuale è dire poco, il transessuale Romina Lecconi viene considerata socialmente pericolosa e pertanto condannata a scontare due anni di soggiorno obbligato a Volturino di Foggia, un paese di quattro anime, nemmeno fosse il peggiore dei mafiosi. Col tempo la situazione cambia: dieci anni più tardi nasce il MIT, Movimento italiano transessuali e nel 1982 la legge “164” legalizza l’intervento chirurgico e ne consente la rettifica anagrafica. Fino a Vladimir Luxuria, transgender, parlamentare italiana tra il 2006 e il 2008 sotto il goveno Prodi, e prima transgender eletta in un parlamento europeo. Nonostante i progressi, nella migliore delle ipotesi, ovunque nel mondo, questi “devianti” sono semplicemente tollerati ma, come diceva Pier Paolo Pasolini, la tolleranza è la forma di condanna più raffinata. Intollerabile, per l’Uomo, essere tollerato. Il Dio di tutti accetta, non tollera.

L’ALTRA METÀ DEL CIELO E IL CORAGGIO DEI PADRI SAVERIANI
Mentre le parole di Ban Ki-moon cadono nel vuoto e le grandi città continuano a essere testimoni silenziose di violenze psico-fisiche a chi viene percepito come  “l’altra metà del cielo”, c’è chi si impegna a sensibilizzare l’opinione pubblica. È il caso di un gruppetto di missionari saveriani che, capitanato da padre Tiziano Tosolini [1], ha avuto l’idea e il coraggio (l’elezione di papa Francesco favorisce, forse, l’audacia nella lungimiranza?) di dedicare uno studio di 200 pagine dal titolo Borderline Gender – spin off monografico della collana Quaderni (Asian Study Center, Xaverian Missionaries, Japan) – al tema dell’omo-transessualità-travestitismo, nella storia antica e contemporanea dei Paesi del lontano Oriente nei quali questi sacredoti vivono: Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan. Una sorpresa per tutti, ma non per chi conosce Tiziano. Che ha scelto con cura e poi riunito in una minuscola ma intellettualmente agguerrita squadra i missionari-collaboratori-amici impegnati nel dialogo interreligioso, tra cui il bresciano Sergio Targa “corrispondente” dal Bangladesh; il cremonese Matteo Rebecchi che vive in Indonesia; il brasiliano Everaldo Dos Santos, rettore della Comunità internazionale di Teologia a Manila, nelle Filippine; il fratello Fabrizio, biblista, docente all’Università di Teologia di Taipei, a Taiwan; il giovane padovano Luigino Marchioron, anche lui docente all’Università di Taipei.

Scrivono Sergio Targa e Fabrizio Tosolini nell’incipit dell’introduzione: «Argomenti connessi alla sessualità e alle sue molteplici apparenze ed espressioni paiono oggi richiedere sempre maggiore attenzione, sia da parte dei media sia dell’opinione pubblica. Di primo acchito, la situazione sembrerebbe determinata dalla novità dell’argomento. Anche se la ricerca raccolta in questo libro racconta una storia completamente diversa. Le esperienze dei Borderline Gender sono sempre state presenti nel contesto delle culture dei cinque paesi presi in considerazione nel nostro studio: Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan». Le domande da cui scaturisce questo progetto, come scritto nella conclusione di Dos Santos, Rebecchi, Marchioron e, ancora, Tiziano Tosolini, sono quelle di sempre: «Cos’è il corpo se può essere oggetto di brama erotica? Come mai qualcuno si sente intrappolato o prigioniero del proprio corpo in quanto (al di là della conoscenza comune) ritiene che dovrebbe appartenere a un genere o a un genus diverso? Dove potremmo collocare quella strana area di confine in cui qualcuno si sente “mezza donna e mezzo uomo” o “né donna né uomo” o ancora “al di là dell’essere uomo o donna”? Che tipo di parole o vocabolario dovremmo adottare per descrivere questo dilemma, visto che la nostra grammatica sembra lavorare perfettamente bene solo con l’uso delle opposizioni binarie? Innanzitutto esiste – o potrebbe esistere – questo tipo di linguaggio? O sarebbe simile alla lingua usata dagli amanti nei loro incontri, dove non c’è nulla che debba essere imparato e nessuna informazione da trasmettere, ma solo incomprensibili sospiri da sentire?».

«Possiamo certamente dire che, in passato, le persone, qualsiasi fosse il loro sesso, erano integrate in una sorta di scenario cosmico in cui ciò che uno sentiva o era, contribuiva positivamente all’essenza della società stessa. Le cose sono cominciate a cambiare irreversibilmente quando queste società sono venute in contatto con le altre, quelle occidentali, al tempo in cui le ambiguità non erano permesse, in luoghi in cui anche le minime differenze dovevano essere riportate e strettamente definite. I Baklas nelle Filippine erano prima associati con il travestitismo, poi con l’effeminazione e, infine, con l’omosessualità. Idee di amore con il medesimo sesso, gay e queer gender (queer: bizzarro, insolito, NdG), si sono diffuse in Giappone all’inizio del XX secolo, e tassonomie mediche e oscure etichette patologiche, come gender identity disorder, cominciarono a emergere. Gli antichi rituali mistici e l’ascetismo sessuale dei Bissu (…) e dei Warok in Indonesia dovevano aprire la strada a esigenze transculturali dei sostenitori degli LGBT. In breve, le tradizioni locali hanno dovuto adattarsi a un nuovo gergo narrativo in cui le idee di “individuo”, “diritti” e “sesso” hanno sostituito quelle di “comunità”, “funzione” e “senso”.  Borderline gender hanno cominciato a venire a galla e, paradossalmente, le società sono diventate spazi liquidi in cui gruppi ben definiti sono diventati aree instabili di identità fluttuanti, pezzi di un puzzle senza un modello originale da usare come referente».

La perfezione della scrittura e l’eleganza della grafica alleggeriscono la lettura piuttosto impegnativa di questo studio approfondito, al momento pubblicato in lingua inglese, che andrebbe attentamente analizzato nelle università e distribuito nelle biblioteche del mondo. Lettura impegnativa sia per la la delicatezza dell’argomento e la serietà con cui viene affrontato, sia per l’inevitabile coinvolgimento emotivo del lettore, visto che almeno una volta tutti, prima o poi, siamo incorsi e ancora incorriamo in pregiudizi e ironie verso gli LGBT.
Nel raccogliere la sfida lanciata dai saveriani al mondo civile e alla riflessione intima che ne consegue, non resta che una postilla dalla tristezza infinita, firmata Jean Cocteau: «Le stesse notti violente, gli stessi mattini torbidi, gli stessi lunghi pomeriggi in cui i ragazzi diventavano dei relitti, delle talpe in piena luce».

A questo punto sorge spontanea una domanda: ma l’emozione dell’amore, ammesso che esista, dov’è finita?

[1.] Tiziano Tosolini, friulano, è direttore dell’Asian Study Center con sede a Osaka, direttore della collana Quaderni (siamo ormai al IX anno di pubblicazione) di cui questo Borderline Gender è uno spin off. Si è laureato in Teologia e in Pedagogia a Parma. Da qualche anno è visiting professor all’Università di Teologia a Manila (Filippine) e allo Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia. È ricercatore part-time al Nanzan Institute for Religion and Culture di Nagoya. È stato docente a Londra e a Glasgow, dove ha concluso il dottorato in Filosofia. Conferenziere affascinante, filosofo appassionato di postmodernismo e studioso della società nipponica, in particolare di Buddhismo e Scintoismo, di cui ha da poco pubblicato un dettagliato e particolarmente chiaro dizionario terminologico-encicopedico giapponese-italiano.

 

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