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Il coraggio di essere stupidi e il paradosso della consapevolezza

aprile 20th, 2011 Posted in Psicologia, Ricette

Il paradosso della consapevolezza – ovvero più uno è consapevole, più livelli di azione lo dividono dal mondo – è, come spesso accade in natura, un inganno. Il distanziamento progressivo dal mondo esterno è semplicemente il prezzo che si paga per conoscere qualsiasi cosa se non l’intero mondo. Più profonda e ampia è la nostra consapevolezza del mondo, più complessi diventano i livelli di azione necessari per ottenere ulteriore consapevolezza. (D. Bickerton, Roots of Language, 1981).

Comincia con questa citazione di Bickerton il capitolo Il paradosso della consapevolezza in  Il coraggio di essere stupidi. Nuovi modelli di leadership che la psicologa Anna Zanardi ha scritto per le edizioni Tecniche Nuove (€ 9,90).

Il coraggio di essere stupidi non è uno stupidario (se si digita in internet questa parola escono 71,700 risultati, dato che si commenta da sè), non è un libro sull’idiozia umana, non è un libro tanto per ridere o che fa sorridere e nemmeno uno di quelli scritto con l’intento di indurre il buon umore, ma un testo audace che cerca di rispondere a domande quali: possiamo ritenere anche la stupidità una risorsa preziosa? E cos’è il coraggio se non la dote che consente di superare logiche e modelli dimostratisi del tutto superati e, quindi, inadeguati? In breve, un saggio per leader iniziati con la determinazione a diventare illuminati.

Anna Zanardi prosegue la riflessione sulla consapevolezza nel capitolo Il leader consapevole, che comincia così:

«Tutti, o quasi, viviamo con una maschera sul volto, in maniera più o meno inconsapevole. Su questa maschera fondiamo la nostra identità, il senso dell’Io. La cosiddetta personalità (dal greco prosopon, la maschera che gli attori indossavano in teatro durante la rappresentazione delle tragedie), il carattere, è una maschera sotto la quale nascondiamo la natura più vera del nostro essere. Una delle strategie più false (e quindi stupide) messe in atto da chi non è al proprio posto, da chi recita una propria identità autocostruita, consiste nel convincersi che “quello sono io”, nel crederci. Pertanto metterà in gioco comportamenti e modi destinati a rinforzare sempre di più il suo “ruolo”. Lo stesso vale per chi si definisce soltanto sulla base delle azioni, di ciò che ha fatto o che fa. Tutto questo, però, in realtà non ha nulla a che vedere con ciò che si è. Non ha nulla a che vedere nemmeno con ciò che si pensa di essere». (…)

Continua l’autrice: «La via (…) del diventare “consapevole”, implica affrontare tale rivoluzione copernicana del pensiero che riconduce il nostro Essere al centro di tutto, liberandosi da maschere e condizionamenti imposti fin dalla nascita. Un requisito fondamentale per farlo è il coraggio». Ciò implica «il dialogo che ognuno ha con se stesso, implica la centratura sul proprio Sé che permette l’azione e il confronto con le sue conseguenze. Ci permette di aprirci ad altre virtù e di farle nascere dentro di noi. (…) Il coraggio è il fondamento che sottolinea e conferisce realtà a tutte le virtù e ai valori personali, (…) è sia una virtù sia un valore morale ed etico che ha significato di per sé e dà valore alla persona».

A questo proposito la Zanardi scrive: «Il coraggio è una dote particolarmente apprezzata in quel leader  che riesce a mantenere «un Sé autentico attraverso tutte le fasi della propria vita. È questo il requisito fondamentale che gli conferisce autorevolezza e legittimità morale. (…) L’atto di coraggio impegna il leader nel profondo, facendo emergere le certezze interne come motore d’azione, anche contro un sistema di convinzioni altrui diffuso e dato per scontato. Anzi, maggiore è il conformismo altrui, e maggiore è il rischio di apparire “stupidi” rispetto a uno schema consolidato, più forte e potente emergerà la figura del leader innovativo e coraggioso (…) Il coraggio è vivere per quello che si è e svilupparsi attraverso le proprie esperienze e le proprie autoconoscenze. Il coraggio è virtù ed esercizio morale».

Ma che fine farebbe un leader che avesse, oltre alla stoffa, capacità tecniche non eccezionali? Secondo Daniel Goleman, autore di L’intelligenza emotiva (1995) – libro dedicato a uno degli aspetti dell’intelligenza umana, legato alla capacità di provare emozioni, riconoscerle, viverle con consapevolezza – questo tipo di intelligenza comprende la tenacia, le capacità interpersonali positive, l’autogestione, doti che possono assicurare il successo di un leader: non per nulla molto si fa per neutralizzarle, sia in ambito familiare sia lavorativo. Per Goleman, l’intelligenza emotiva è, in ordine di importanza, due volte più interessante delle abilità manageriali e ad esse complementare, come ipotizzava del resto McClelland vent’anni prima. Ed è ciò che guida i grandi manager ad avere una visione globale a lungo termine. Consapevole, naturalmente.

Anna Zanardi, psicologa e consulente strategico-organizzativa, lavora come executive coach per manager e imprenditori in ambito italiano e internazionale. Si occupa principalmente di change management, cultural turnaround e trapassi generazionali all’interno delle imprese.

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