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La gioia della vita eterna

gennaio 9th, 2011 Posted in Libri, Spiritualità

Leggendo e rileggendo il numero 20 dei Quaderni del Centro Studi Asiatico diretto da Tiziano Tosolini – missionario saveriano a Osaka e ricercatore alla Nanzan University di nagoya e molto altro ancora – una di quelle pubblicazioni rare, ricche di spunti per credenti e non credenti, mi sono imbattuta nell’articolo di Etsuko Occi dal titolo: “Per superare le difficoltà che incontra l’evengelizzazione” e mi sono soffermata a lungo sul capitoletto di pagina 182, “Il carattere eterno della persona umana”, che comincia così:

«La mentalità giapponese che porta all’estremo la sensibilità del nulla e del vuoto nella persona umana, fa sì che noi ci comportiamo con grande misericordia e magnanimità verso tutto e tutti. La nostra spiritualità che è pregna di compassione e mitezza è molto elevata, tuttavia essa è priva della presenza del divino. Si avverte così un vuoto che dovrebbe essere riempito da qualcosa o da Qualcuno».

Nel paragrafo successivo, a pagina 183, intitolato “La comprensione di Dio”, Etsuko Occi scrive:

«Nella società attuale giapponese il senso religioso è diventato molto superficiale, pertanto, generalmente parlando, si può dire che non vi è alcun interesse nei confronti di Dio. Mi verrebbe quasi da dire che nelle culture dove Dio è presente e vicino, allo stesso modo l’essere umano è presente e vicino agli altri».

Evito di aggiungere un mio commento a questi brani. Mi viene in mente invece un libro che ho letto di recente: Socrate, Gesù, Buddha. Tre vite parallele, tre maestri di vita, di Frédéric Lenoir, pubblicato da Mondadori nell’ottobre 2010, all’interno della collana “Strade blu“. Il libro è allo stesso tempo un’inchiesta storica e un saggio filosofico di grande elevatura spirituale, che ci mostra differenze, similitudini e punti di contatto tra le vite e gli insegnamenti dei tre Maestri.

Socrate, Gesù, Buddha. Tre vite parallele, tre maestri di vita. Immagine sdcaricata dal web.

A pagina 149, nella premessa al capitolo XI “Tu sei immortale”, Lenoir scrive:

«La morte non è un fine ma un passaggio. Per il Buddha, come per Socrate e Gesù, la nostra esistenza terrena deve essere considerata all’interno di una prospettiva più ampia, che comprende una vita dopo la morte. Questo è il primo, fondamentale punto in comune dei loro insegnamenti. L’insistenza sulla necessità di coltivare la propria vita interiore, cercare la verità, aspirare alla saggezza, alla giustizia o all’amore, non può essere compresa se non in rappporto a questa credenza. Essa, tuttavia, non si presenta in modo uniforme: l’immortalità di cui parlano i tre maestri non è esattamente della stessa natura. Se ai loro occhi siamo tutti immortali, le modalità di questa eternità vaariano in funzione delle culture nelle quali hanno vissuto e della loro esperienza spirituale».

E alla pagina seguente: «Secondo il Buddha, la vita è un circolo di sofferenze che comincia alla nascita, scandito da “invecchiamento, malattia, morte, dolore, lordura”(Majjhima Nikaya 26). Il mezzo da lui proposto per uscire da questo ciclo si articola attorno a tre nozioni: (…) (che) possono essere riassunte da tre termini sanscriti: karma, samsara, nirvana“».

«Se si leggono i dialoghi di Platone in cui Socrate enuncia la sua teoria dell’immortalità, in particolare Fedro e il Fedone, è impossibile non stupirsi per l’incredibile vicinanza delle sue tesi a quelle di Buddha. (…) In entrambi i maestri è necessaria una purificazione per accedere alle sfere superiori. Se il Buddha ha ereditato questa teoria dall’India vedica, Socrate ha sviluppato idee già proprie del suo predecessore Pitagora, filosofo, matematico e soprattutto “maestro di saggezza”, fondatore di una scuola esoterica. Pitagora era contemporaneo di Buddha. (…) È (…) molto probabile che, in un mondo in cui gli spostamenti erano frequenti, avesse conosciuto saggi dell’Indo e fosse rimasto affascinato dalla loro dottrina dell’aldilà. (…) Pitagora affermava la pre-esistenza dell’anima, la cui incarnazione terrena non è una ricompensa ma una punizione (…). L’anima, secondo Socrate, «al divino all’immortale all’intelligibile all’uniforme all’indissolubile e insomma a ciò che rimane sempre con sè medesimo invariabilmente costante, è simigliantissima”, mentre il corpo è simile “all’umano al mortale al multiforme al sensibile al dissolubile”», come si legge nel Fedone 80b (pgg. 152, 153 del libro di Lenoir).

Continua Lenoir: «La questione della differenza tra anima e corpo, che si afferma con chiarezza nel pensiero greco e indiano, è assente nella tradizione ebraica, che parla di una totalità dell’essere. Gesù, dunque non fa mai riferimento a un futuro post mortem di un principio spirituale separato dal corpo, l’”anima immortale” di Socrate, lo “spirito” o il “Sé” buddhista. (…) Il discorso delle beatitudini (che fa parte di Il discorso della montagna, n.d a.) esprime in modo toccante questa giustizia divina che ricompensa i buoni dopo la morte:

Gesù, Il discorso della montagna di Carl Heinrich Bloch. Immagine scaricata dal web.

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3-10).

(Gli ultimi due capoversi sono tratti dallepagine 159-160 di Socrate, Gesù, Buddha).

Letture: Il discorso della montagna del cardinale Carlo Maria Martini, Mondadori, Oscar spiritualità, 2008.

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