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Giorgio De Chirico, tra metafisica e emicrania

gennaio 26th, 2015 Posted in Arte, Libri, Psicologia

Giorgio de Chirico

 

Quella di Villa Reale a Monza è la più bella mostra di de Chirico (1888-1978) che abbia visto ed è davvero un peccato che stia per finire: un allestimento elegante e perfetto, didascalie perfettamente leggibili e perfetta illuminazione. 31 quadri fra i più belli del grande maestro della pittura italiana, e non solo metafisica. Ma cos’è la “metafisica” per de Chirico? «… è la rete fatale che coglie al volo, come misteriose farfalle, i momenti strani sfuggiti all’innocenza e alla distrazione degli uomini ordinari». E nella metafisica non ci vedeva niente di tenebroso; «è la stessa tranquillità e insensata bellezza della materia che mi appare “metafisica”». Ecco cosa scriveva, di de Chirico, Ardengo Soffici nel luglio del 1914 sulla rivista letteraria Lacerba: «Si potrebbe definire una scrittura di sogni … egli arriva ad esprimere, infatti, quel senso di vastità, di solitudine, di immobilità, di stasi che producono talvolta alcuni spettacoli riflessi allo stato di ricordo nella nostra anima quasi addormentata». Un mistero, un segreto nascosto nella nostra anima viene portato in superficie. L’universo sacro affrancato dalla storicità, il vero assoluto dalla falsità umana e il tempo tanto presente quanto assente. Un tempo immobile scandito da orologi, meridiane, ombre lunghe e decise di torri, palazzi, manichini. Visioni quasi allucinatorie dovute probabilmente all’”emicrania con aura” di cui soffriva – e di cui soffriva anche il fratello, il pittore-scrittore e compositore meglio conosciuto con lo pseudonimo di Alberto Savinio (1891-1952) – un particolare mal di capo generalmente preceduto da disturbi alla vista che vanno dai lampi alle immagini sfolgoranti, da piccole stelle a linee zigzaganti. «Non sembra possibile essere un artista e non essere malato», scrive Nietzsche in La volontà di potenza.

 

Giorgio de Chirico nel suo studio

 

De Chirico non se ne curava, tanto più che all’epoca questa forma di emicrania non era stata ancora studiata. Ben altre erano le sue preoccupazioni: «…un problema mi tormenta da circa tre anni: il problema del mestiere: è per questo che mi sono messo a copiare nei musei». Perché per lui – infanzia trascorsa in Grecia all’ombra del Partenone, influenza pittorica tedesca (da Böcklin a Klinger e Friedrich) come del resto quella cultural-filosofica (da Schopenhauer a Nietzsche, a Weininger) anche se deve la sua grandezza all’ispirazione avuta nel 1909 in piazza Santa Croce a Firenze, che produsse il suo primo quadro metafisico: Enigma d’un pomeriggio d’autunno – per lui, dicevamo, «è la qualità della materia che dà la misura del grado di perfezione in un’opera d’arte».

 

Giorgio de Chirico. L’enigma d’un pomeriggio d’autunno.

 

Ma fu il coetaneo Jean Cocteau (1889-1963) a definire l’arte di Giorgio de Chirico in modo estremamente obiettivo e puntuale, coronato di infantile sorpresa: «Il vero realismo consiste nel rappresentare le cose sorprendenti nascoste sotto il velo dell’abitudine e che non sappiamo più vedere. Il nostro nome non ha più forma umana. Ma a volte succede che la voce di un fattorino che in un corridoio d’albergo scandisce il nostro nome, la richiesta di una cassiera, le risa di un gruppo di scolari che se ne fanno beffe in classe, strappino il velo e scoprano nuovamente questo nome, staccato da noi, solitario e singolare come un oggetto sconosciuto». L’Uomo di de Chirico, un perfetto sconosciuto.

 

Giorgio de Chirico. L’oggetto misterioso.

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