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Burakumin, Ainu e altri sconosciuti

marzo 1st, 2011 Posted in diseredati Giappone, Libri, Storie Giappone

È da poco uscito un delizioso libretto: Una lettura orientale del dialogo. Il caso Giappone di Tiziano Tosolini, missionario saveriano a Osaka, Pazzini Editore, nella collana Frontiere, diretta da Marco Dal Corso, prefazione di Luigi Menegazzo, vicario generale dei missionari saveriani.

Il libro non delude mai: l’idea interessante comincia in copertina e finisce a pagina 228 – l’ultima. Già, perché lo strillo è  una dichiarazione d’intenti che non viene smentita né sminuita dagli scritti di Tosolini. Recita: «Il mondo è fatto di opposti: positivo e negativo, bene e male, caldo e freddo, tradizione e modernità, guerra e pace, uomo e donna, forma e materia. Una cosa nasce dall’altra, una ha bisogno dell’altra. Una condizione di equilibrio ha necessità della compresenza degli opposti». Teoria rafforzata dalla presentazione nella primissima pagina, prima della prefazione: «Le frontiere come regioni in cui il controllo del territorio si fa più difficile e impegnativo; le frontiere come aree ribelli alle regole stabilite, spazi dove riscrivere i codici e le norme di relazione tra le persone; le frontiere come terre del futuro dove ridire l’identità, praticare l’ospitalità, vivere il meticciato culturale e religioso. Abitare le frontiere per spingere il pensiero a dire l’inedito». E sì, questo di Tiziano Tosolini è un serio e importante contributo al dialogo interculturale e interreligioso che tutti dovremmo leggere: un massaggio alle cellule che apre la mente, uno Yoga delle cellule, avrebbe detto Mère. Perché prima di essere un missionario, Tosolini è un uomo tanto colto quanto umile, un ricercatore della Verità attraverso il dialogo, uno che si interroga e si lascia porre domande, che condivide con gioia e con altrettante gioia accoglie. Una perla rara, in particolare in questi tempi uggiosi.

Il quarto capitolo del libro, quello più laico, ha particolarmente soddisfatto la mia curiosità, anche storica e antropologica. Si intitola Gli invisibili «Altri». Minoranze in Giappone. Racconta dei Burakumin, degli Ainu, degli abitanti di Okinawa, dei soprusi che hanno ricevuto nel corso dei secoli e della loro situazione attuale, dei loro non-rapporti con lo Shintoismo e il Buddhismo, le religioni tradizionali che li vogliono dimenticati, come diremmo noi, “da Dio e dagli uomini”.

Gerarchia sociale nel periodo Edo in Giappone, immagine scaricata dal web

I Burakumin nell’antico Giappone, immagine sacricata dal web

«Di tutti i gruppi “altri” presenti in Giappone, quello dei burakumin è senz’altro il meno appariscente e forse proprio per questo il più singolare. Scienziati e studiosi hanno cercato in ogni modo e con ogni mezzo (analisi cliniche, esami minuziosi del DNA, studi fisiognomici) di provare come i burakumin non appartengano affatto all’etnia giapponese, ma discendano piuttosto dai coreani, dalle popolazioni aborigene del nord, o addirittura da una delle perdute tribù di Israele. Tutti questi studi pseudo-scientifici che trasbordano facilmente mel ridicolo (…), non hanno portato ad alcun risultato concreto. I burakumin continuano, nella loro invisibilità, a condividere il bagaglio genetico del popolo giapponese» (pg. 156)

Tosolini punta poi il dito sull’ostracismo religioso che i burakumin subirono anticamente, considerati “impuri” dallo Shintoismo ufficiale a causa dei lavori umili che erano costretti a fare (spesso erano macellai). Agli inzi del XVIII secolo, a Tokyo e a Kyoto, «la condizione di impurità viene estesa fino a incorporare non solo un particolare individuo o la sua condizione sociale, ma il nome stesso della famiglia, che ora diventava “ereditariamente” impura» (pg. 207). Come se non bastsse, ci si mise pure il Buddhismo, che considerò impuri i loro templi – tanto più  che il primo dei precetti di questa dottrina proibisce di togliere la vita a qualsiasi essere vivente. Solo due Scuole buddhiste minori accolsero i burakumin, così  che ancora oggi la maggior parte di loro dichiara di appartenere a una di queste.

Ma il capitolo sugli “Altri” in Giappone non si ferma qui. A proposito degli ainu, a pagina 176 e 177 Tosolini dice: «I documenti descrivono gli Ainu come cacciatori, raccoglitori di frutti e pescatori di salmone (…) Lo stile di vita degli Ainu era caratterizzato da un ricco e mistico rapporto con la terra e con i fenomeni del mondo naturale. Il rito religioso più importante era quello dell’invio (…) dell’orso (animale-simbolo dell’identità Ainu) nella foresta, regno delle divinità. La preparazione e la conduzione delle cerimonie erano affidate agli uomini, mentre le donne esercitavano l’importante ruolo di shamane». E nella nota sempre a pagina 177, si legge: «Secondo la mitologia Ainu, la divinità Kamui creò il mondo come un grande oceano adagiato su di un’enorme trota. Le maree sarebbero il respiro di questo pesce che di volta in volta succhia ed espelle l’acqua marina, mentre i terremoti sarebbero causati dal suo movimento (…)». La conclusione, a pagina 189, è amara: «Ormai sembra tramontato il tempo nel quale gli Ainu si raccontavano con orgoglio, e nella loro lingua madre, una delle loro più care e antiche yokar upopo, (leggende), (…) quella che cantilenava antichi versi iniziando con le parole: “Gli Ainu vivevano in questo posto centomila anni prima che giungessero i figli del sole …”».

Ainu, immagine scaricata dal web

La sorte peggiore tra i diseredati l’hanno avuta forse Okinawa – un’isola di 2.275,91 chilometri quadrati, la stessa di Tokyo – e i suoi abitanti, “contesi” tra Giappone e Stati Uniti, che quasi rischiarono di finire “apolidi”, contesi com’erano tra i due Paesi. Tragedie di guerra. Quell’Okinawa che pagò un prezzo altissimo durante la Seconda Guerra Mondiale. Almeno 120 mila civili morti tra la popolazione locale nella tristemente famosa omonima battaglia che si svolse tra il 1 aprile e il 21 giugno 1945, nome in codice Operazione Iceberg, poi soprannominata dagli Alleati Tifone d’acciaio e in giapponese Pioggia d’acciaio o Impetuoso Vento d’acciaio, definizioni che rendono bene l’idea di quante bombe e pallottole siano state dirette sull’isola durante l’operazione anfibia.

Dopo averne ricostruito la storia con magistrale semplicità e chiarezza, Tosolini conclude a pagina 204: «Okinawa, sempre più conscia della sua identità, sempre più orgogliosa nel sottolineare le proprie differenze rispetto al resto dei giapponesi, sempre più intransigente nel reclamare il territorio che le appartiene, sembra (…) avere più possibilità di altri (soprattutto degli Ainu) di riuscire a mantenere e custodire la propria specificità culturale intrattenendo allo stesso tempo con il governo di Tokyo un dialogo costruttivo e paritario. Se questo avverrà, Okinawa (…) potrà davvero sentirsi fiera di aver resistito con tutte le sue forze a quell’integrazione culturale e sociale che nella regione erano state imposte da due delle più influenti potenze del mondo: quella americana e quella giapponese».

A chiudere il capitolo sugli “Altri”, Tosolini osserva che a parte «l’impegno delle varie Chiese cristiane in sostegno delle minoranze giapponesi», (…) – apprezzabile ma non così rilevante – “solo” «nel 1984 viene (…) fondato il Comitato cattolico per i problemi dei burakumin». Che ringraziano, naturalmente, per il riconoscimento.

Tiziano Tosolini, una vecchia conoscenza dei lettori di questo sito, è missionario saveriano. Nato a Tricesimo, in provincia di Udine, dopo gli studi di teologia e pedagogia a Parma, Tosolini ha conseguito il dottorato in Filosofia all’Università di Glasgow nel 1998. Da più di dieci anni vive in Giappone, dove dirige il Centro Studi Asiatico a Osaka e collabora come ricercatore part-time con il Nanzan Institute for Religion and Culture di Nagoya. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Dire Dio al tramonto. Per una teologia della missione nel postmoderno, Emi, Bologna, 1999; Interno giapponese. Tracce di un dialogo tra Oriente e Occidente, Emi, Bologna, 2009.

 

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