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Don’t worry, be happy

novembre 16th, 2010 Posted in Felicità, Psicologia, Sorriso, Spiritualità, Storie Usa

Oggi  il New York Times scrive di felicità, domani lo faranno tutti i quotidiani italiani e del mondo occidentale. È come se il Dalai Lama non ne avesse mai parlato, come se ci si fosse già dimenticati di Matthieu Ricard, il monaco buddhista eletto nel 2008 l’uomo più felice del pianeta, come se non si sapesse che da più di vent’anni, mentre i nostri governanti discutono di Prodotto Nazionale Lordo, il re del Bhutan misura il suo Pil – che per lui è Gross National Happiness – in termini di felicità dei suoi sudditi. E come se, nel corso dei secoli, non fossero mai stati scritti libri sull’argomento – a proposito, l’ultimo in ordine di tempo è La ricerca della felicità. Dall’età dell’oro ai giorni nostri di Georges Minois con un saggio introduttivo di Luciano Canfora, edizioni Dedalo, 2010 il più esauriente ma anche il più triste saggio sulla felicità che si potesse concepire, a riprova che non esiste.

Il NYT, dicevo, pubblica, sul tema, un articolo molto circostanziato costruito sulla ricerca di Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert, psicologi dell’Università di Harvard, che hanno intervistato 2.200 persone dalle quali hanno ottenuto 250mila risposte, e hanno scoperto che in testa alla scala della felicità c’è il sesso. E questo, scusate, non mi sembra una novità. La novità sta invece nell’aver dimostrato, per esempio, che pensare a situazioni o luoghi piacevoli porta a uno stato di contentezza. Che per un americano, immaginare di fare un viaggio in Italia, di visitare e fare cose particolarmente interessanti nel nostro Paese, porta già a un innalzamento dell’umore.

Dice il dottor Gilbert: “Il cuore va dove lo porta la testa, e non gliene importa molto di dove si trovano i piedi”. Il vecchio adagio secondo cui il viaggio per antonomasia sarebbe quello della fantasia, è ancora valido – leggere, a questo proposito Honolulu e altri racconti di W. Somerset Maugham, Adelphi 2010, a pagina 119. L’altra novità è il mezzo con cui le risposte sono state raccolte, e per rendersene conto basta entrare nel sito “trackyourhappiness”.

L’ultima moda “felice”era scoppiata nei primi anni Ottanta ed era culminata nel 1988 con un tormentone canoro dal titolo Don’t worry, be happy – Non essere preoccupato, sii contento – con cui l’afroamericano Bobby McFerrin ha vinto il primo dei suoi dieci Grammy Award. Il singolo, che regala 3,45 minuti di esilarante felicità, recita: “Non preoccuparti, sii contento, non fare così, metti un sorriso sul tuo viso, non rendere tutti tristi così”.

Ma dove il riccioluto McFerrin ha trovato l’illuminazione? Neanche dirlo, in California, quando, ospite a casa dei suoi amici Tuck & Patti a San Francisco, vede su una parete un grande manifesto su cui campeggia la frase che lo avrebbe reso ricco e famoso, grazie al fatto che la saggezza popolare non rivendica i diritti d’autore.

Legittimo titolare dell’espressione Don’t worry, be happy è – c’era da aspettarselo – un guru indiano, tale Meher Baba (1894-1969), uno che si riteneva un Avatar, un reincarnato. Il motto che si era inventato serviva a rassicurare una manciata di adepti che lo seguiva nelle aree più remote dell’India dove, inutile ricordarlo, andava a predicare la felicità. Corsi e ricorsi.

P.S. Pare che un “folto” gruppo di seguaci di Meher Baba viva in Italia, a Como. Le vie del Signore approdano anche in riva ai laghi.

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