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A modo mio

marzo 14th, 2009 Posted in Diario di cucina

Non sono un cuoco né uno scrittore anche se ho cucinato e scritto fin da quando ero bambina al punto che non saprei dire cosa sia venuto prima. Diciamo che mi sono sempre divertita. Apprendi delle cose, le vedi fare in famiglia, poi viene il periodo del rifiuto: mamma e papà non contano più niente, ma la vita cambia, riserva dolori, sorprese, gioie ed eccomi qua, a rispolverare come si scrive e come si cucina. Due lenimenti molto privati e a basso costo che mi hanno risollevato tante volte il morale. Molto ho anche imparato nel mio peregrinare da una cucina all’altra, da una casa all’altra, da una città all’altra, da un continente all’altro: forme e geometrie diverse, diverse culture, altri modi di intendere le comodità.

Ho avuto cucinotti dove non riuscivo quasi ad entrare e cucine supertecnologiche con due forni, sei fuochi, una macchina per il pane e ammennicoli vari. E mi sono accorta che più hai, più tendi a semplificare: nel cucinotto vuoi simulare il grande ristorante e cucini la paella; nella cucina megagalattica di sei metri per quattro, dove non ti manca nemmeno il miscelatore da pasticceria, ti senti un monaco buddista e i tuoi desideri sono ridotti all’osso. Se mi fermo un attimo a pensare, il momento psicologicamente e culinariamente più difficile è forse stato lo sbarco in California : se non razzoli nel fondo dell’anima a scoprire le tue risorse nascoste e hai perduto le ricette della nonna, puoi morire di inedia. Le differenze culturali scavano un abisso fra te, gli altri e il supermercato, grande spazio che contiene ogni cosa – dai limoni alle aspirine, dai quotidiani al caffè espresso – e che diventa l’unico punto di riferimento, l’unico supporto su cui contare. In America tutto avviene al supermercato. E così comincia l’andirivieni alla ricerca delle patate giuste per fare gli gnocchi, impotente, come sei, di fronte alla non tanto remota possibilità di avere per cena del pesce in tranci che non deve aver mai visto la propria testa e forse non ce l’ha mai avuta. Forza dei surgelati.

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