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La luce e il nulla, Tadao Ando e lo zen

giugno 6th, 2011 | No Comments | Posted in Spiritualità, Storie Giappone

Anche a giugno Tiziano Tosolini, missionario saveriano a Osaka, in Giappone, amico caro e vecchia conoscenza di questo sito, mi ha mandato la versione elettronica dei Quaderni del Centro Studi Asiatico, di cui è direttore.

Sono da tempo, non a caso, una fan di Tiziano, e ho spesso scritto di lui perché il suo sguardo sul Giappone è veramente particolare e privo di giudizio. Osserva e riporta: un sociologo e un giornalista di primordine, si potrebbe dire, anche se si occupa a tempo quasi pieno di filosofia, con il beneplacito della Missione, e dei Quaderni, naturalmente. Cose che capitano ai fuoriclasse.

Riporto, autorizzata, il suo articolo, Il nulla assoluto come preludio al divino, un capolavoro di stile, oltre che di pensiero.

Il nulla assoluto come preludio al divino

La scuola filosofica di Kyoto (fondata da Nishida Kitarō e proseguita con pensatori della statura di Tanabe Hajime e Nishitani Keiji) ha influenzato con la sua idea di «nulla assoluto» non solo studiosi di etica giapponese come Watsuji Tetsurō, cultori di estetica come Kuki Shūzō, interpreti e specialisti dell’influenza dello Zen sulla cultura giapponese come Hisamatsu Shin’ichi o teologi cristiani come Takizawa Katsumi e Mutō Kazuo, ma anche architetti famosi come Tadao Ando (1941).

I principi a cui si richiama questo artista minimalista ce li illustra lui stesso con queste parole: «L’architettura deve essere un luogo dove viviamo e moriamo, dove pensiamo alla vita e alla morte, al mondo di questa vita e al nirvana (nehan). Mediante l’architettura ricordiamo coloro che sono morti e ci risvegliamo alla realtà della nostra caducità». È quindi facile capire come mai Tadao abbia trovato in Nishida un ispiratore per i propri progetti e opere. Il «luogo» appena menzionato, infatti, corrisponde a quel locus o topos che Nishida aveva posto al centro delle sue riflessioni filosofiche sul nulla assoluto, cioè a quel «luogo» inteso come un universale che fa emergere tutte le operazioni della coscienza, quello sfondo su cui si riflettono e sono collocati sia la realtà dei fenomeni che l’autoconsapevolezza del soggetto. Il luogo del nulla assoluto, per Nishida, è quell’orizzonte incondizionato ed infinito che contiene e costituisce ogni forma o figura; nel contempo, questa stessa forma non è altro che una determinazione e concretizzazione del luogo stesso. Come egli scrive: «L’esistenza del sé è un’esistenza che è posta in tale luogo… La riflessione non è altro che l’attività di questo luogo che riflette sé stesso in sé stesso. Tutte le operazioni della nostra coscienza possono essere comprese a partire da questo luogo».

Referendum sul nucleare e i villaggi fantasma

giugno 5th, 2011 | No Comments | Posted in Storie Giappone

A tutti i miei lettori

Sento il dovere civile di riportare su questo sito la mail privata che ho ricevuto oggi, 5 giugno 2011, dal mio caro amico Tiziano Tosolini, missionario saveriano a Osaka, in Giappone.

Carissima Patrizia,
spero che questa mia ti trovi in salute.

Grazie della tua e-mail. Qui in Giappone la situazione e’ al momento
stabile, nel senso che si sta acnora cercando con tutte le forze di
spegnere le centrali… il che ritarda di molto l’opera di ricostruzione,
di ritorno alla normalita’…
Anzi, alcune settimane fa, le autorita’ hanno ordinato a un villaggio di
7.000 persone che si trovava vicino al confine dei 20Km dalle centrali
(zone che ormai sono chiamate off-limits e in cui nessuno puo’ piu’
entrare, se non i militari per abbattere gli animali lasciati indietro)
di abbandonare definitivamente la zona e di spostarsi ad abitare altrove…
E ormai si comincia gia’ a paragonare questa cittadina e Pripyat, quel
“villaggio fantasma” ucranio abbandonato a se stesso dopo la tragedia di
Cernobyl… Povera gente, chissa’ che ne sara’ di loro…

La disgrazia che ha colpito il Giappone, comunque, sembra abbia
insegnato una volta di piu’ come la politica del nucleare debba essere
radicalmente rivista. Nelle scorse settimane, infatti, il governo –
avendo valutato che nei prossimi 30 anni ci saranno come minimo 3 grossi
terremoti che colpiranno le aree da Tokyo a Wakayama, e avendo anche
notato come una delle 18 centrali nucleari (quella di Hamaoka) situate
vicino all’oceano pacifico potrebbe subire la stessa sorte di quella di
Fukushima – ha dato subito ordine di spegnerla.

Comunque sia, la gente e’ ancora molto scossa e abbattuta per quanto
successo. Mi dicono che a Tokyo, le stradine del famoso distretto Ginza
dove la vita sembrava non fermarsi mai, neanche di notte, siano ora
deserte e vuote. I negozianti che prima facevano fatica a servire tutti
i clienti, ora si riversano per strada per invitare i passanti a
entrarci… Certo e’ che ci vorranno davvero tanti anni per riuscire a
superare questa tragedia e a riguadagnare una certa serenita’ di vita…

Termino qui… se ti scappa qualche preghiera e’ sempre ben accetta.

Con un abbraccio

Tiziano

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Burakumin, Ainu e altri sconosciuti

marzo 1st, 2011 | No Comments | Posted in diseredati Giappone, Libri, Storie Giappone

È da poco uscito un delizioso libretto: Una lettura orientale del dialogo. Il caso Giappone di Tiziano Tosolini, missionario saveriano a Osaka, Pazzini Editore, nella collana Frontiere, diretta da Marco Dal Corso, prefazione di Luigi Menegazzo, vicario generale dei missionari saveriani.

Il libro non delude mai: l’idea interessante comincia in copertina e finisce a pagina 228 – l’ultima. Già, perché lo strillo è  una dichiarazione d’intenti che non viene smentita né sminuita dagli scritti di Tosolini. Recita: «Il mondo è fatto di opposti: positivo e negativo, bene e male, caldo e freddo, tradizione e modernità, guerra e pace, uomo e donna, forma e materia. Una cosa nasce dall’altra, una ha bisogno dell’altra. Una condizione di equilibrio ha necessità della compresenza degli opposti». Teoria rafforzata dalla presentazione nella primissima pagina, prima della prefazione: «Le frontiere come regioni in cui il controllo del territorio si fa più difficile e impegnativo; le frontiere come aree ribelli alle regole stabilite, spazi dove riscrivere i codici e le norme di relazione tra le persone; le frontiere come terre del futuro dove ridire l’identità, praticare l’ospitalità, vivere il meticciato culturale e religioso. Abitare le frontiere per spingere il pensiero a dire l’inedito». E sì, questo di Tiziano Tosolini è un serio e importante contributo al dialogo interculturale e interreligioso che tutti dovremmo leggere: un massaggio alle cellule che apre la mente, uno Yoga delle cellule, avrebbe detto Mère. Perché prima di essere un missionario, Tosolini è un uomo tanto colto quanto umile, un ricercatore della Verità attraverso il dialogo, uno che si interroga e si lascia porre domande, che condivide con gioia e con altrettante gioia accoglie. Una perla rara, in particolare in questi tempi uggiosi.

Il quarto capitolo del libro, quello più laico, ha particolarmente soddisfatto la mia curiosità, anche storica e antropologica. Si intitola Gli invisibili «Altri». Minoranze in Giappone. Racconta dei Burakumin, degli Ainu, degli abitanti di Okinawa, dei soprusi che hanno ricevuto nel corso dei secoli e della loro situazione attuale, dei loro non-rapporti con lo Shintoismo e il Buddhismo, le religioni tradizionali che li vogliono dimenticati, come diremmo noi, “da Dio e dagli uomini”.

Gerarchia sociale nel periodo Edo in Giappone, immagine scaricata dal web

I Burakumin nell’antico Giappone, immagine sacricata dal web

«Di tutti i gruppi “altri” presenti in Giappone, quello dei burakumin è senz’altro il meno appariscente e forse proprio per questo il più singolare. Scienziati e studiosi hanno cercato in ogni modo e con ogni mezzo (analisi cliniche, esami minuziosi del DNA, studi fisiognomici) di provare come i burakumin non appartengano affatto all’etnia giapponese, ma discendano piuttosto dai coreani, dalle popolazioni aborigene del nord, o addirittura da una delle perdute tribù di Israele. Tutti questi studi pseudo-scientifici che trasbordano facilmente mel ridicolo (…), non hanno portato ad alcun risultato concreto. I burakumin continuano, nella loro invisibilità, a condividere il bagaglio genetico del popolo giapponese» (pg. 156)

Tosolini punta poi il dito sull’ostracismo religioso che i burakumin subirono anticamente, considerati “impuri” dallo Shintoismo ufficiale a causa dei lavori umili che erano costretti a fare (spesso erano macellai). Agli inzi del XVIII secolo, a Tokyo e a Kyoto, «la condizione di impurità viene estesa fino a incorporare non solo un particolare individuo o la sua condizione sociale, ma il nome stesso della famiglia, che ora diventava “ereditariamente” impura» (pg. 207). Come se non bastsse, ci si mise pure il Buddhismo, che considerò impuri i loro templi – tanto più  che il primo dei precetti di questa dottrina proibisce di togliere la vita a qualsiasi essere vivente. Solo due Scuole buddhiste minori accolsero i burakumin, così  che ancora oggi la maggior parte di loro dichiara di appartenere a una di queste.

Ma il capitolo sugli “Altri” in Giappone non si ferma qui. A proposito degli ainu, a pagina 176 e 177 Tosolini dice: «I documenti descrivono gli Ainu come cacciatori, raccoglitori di frutti e pescatori di salmone (…) Lo stile di vita degli Ainu era caratterizzato da un ricco e mistico rapporto con la terra e con i fenomeni del mondo naturale. Il rito religioso più importante era quello dell’invio (…) dell’orso (animale-simbolo dell’identità Ainu) nella foresta, regno delle divinità. La preparazione e la conduzione delle cerimonie erano affidate agli uomini, mentre le donne esercitavano l’importante ruolo di shamane». E nella nota sempre a pagina 177, si legge: «Secondo la mitologia Ainu, la divinità Kamui creò il mondo come un grande oceano adagiato su di un’enorme trota. Le maree sarebbero il respiro di questo pesce che di volta in volta succhia ed espelle l’acqua marina, mentre i terremoti sarebbero causati dal suo movimento (…)». La conclusione, a pagina 189, è amara: «Ormai sembra tramontato il tempo nel quale gli Ainu si raccontavano con orgoglio, e nella loro lingua madre, una delle loro più care e antiche yokar upopo, (leggende), (…) quella che cantilenava antichi versi iniziando con le parole: “Gli Ainu vivevano in questo posto centomila anni prima che giungessero i figli del sole …”».

Ainu, immagine scaricata dal web

La sorte peggiore tra i diseredati l’hanno avuta forse Okinawa – un’isola di 2.275,91 chilometri quadrati, la stessa di Tokyo – e i suoi abitanti, “contesi” tra Giappone e Stati Uniti, che quasi rischiarono di finire “apolidi”, contesi com’erano tra i due Paesi. Tragedie di guerra. Quell’Okinawa che pagò un prezzo altissimo durante la Seconda Guerra Mondiale. Almeno 120 mila civili morti tra la popolazione locale nella tristemente famosa omonima battaglia che si svolse tra il 1 aprile e il 21 giugno 1945, nome in codice Operazione Iceberg, poi soprannominata dagli Alleati Tifone d’acciaio e in giapponese Pioggia d’acciaio o Impetuoso Vento d’acciaio, definizioni che rendono bene l’idea di quante bombe e pallottole siano state dirette sull’isola durante l’operazione anfibia.

Dopo averne ricostruito la storia con magistrale semplicità e chiarezza, Tosolini conclude a pagina 204: «Okinawa, sempre più conscia della sua identità, sempre più orgogliosa nel sottolineare le proprie differenze rispetto al resto dei giapponesi, sempre più intransigente nel reclamare il territorio che le appartiene, sembra (…) avere più possibilità di altri (soprattutto degli Ainu) di riuscire a mantenere e custodire la propria specificità culturale intrattenendo allo stesso tempo con il governo di Tokyo un dialogo costruttivo e paritario. Se questo avverrà, Okinawa (…) potrà davvero sentirsi fiera di aver resistito con tutte le sue forze a quell’integrazione culturale e sociale che nella regione erano state imposte da due delle più influenti potenze del mondo: quella americana e quella giapponese».

A chiudere il capitolo sugli “Altri”, Tosolini osserva che a parte «l’impegno delle varie Chiese cristiane in sostegno delle minoranze giapponesi», (…) – apprezzabile ma non così rilevante – “solo” «nel 1984 viene (…) fondato il Comitato cattolico per i problemi dei burakumin». Che ringraziano, naturalmente, per il riconoscimento.

Tiziano Tosolini, una vecchia conoscenza dei lettori di questo sito, è missionario saveriano. Nato a Tricesimo, in provincia di Udine, dopo gli studi di teologia e pedagogia a Parma, Tosolini ha conseguito il dottorato in Filosofia all’Università di Glasgow nel 1998. Da più di dieci anni vive in Giappone, dove dirige il Centro Studi Asiatico a Osaka e collabora come ricercatore part-time con il Nanzan Institute for Religion and Culture di Nagoya. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Dire Dio al tramonto. Per una teologia della missione nel postmoderno, Emi, Bologna, 1999; Interno giapponese. Tracce di un dialogo tra Oriente e Occidente, Emi, Bologna, 2009.

 

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