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Borderline Gender


Borderline Gender. O del conflitto d’identità e di identificazione sessuale. Uno straordinario studio di un gruppo di missionari saveriani sul fenomeno
transgender, visto nella mitologia, nella storia e nella cultura di Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan. «Argomenti connessi alla sessualità e alle sue molteplici apparenze ed espressioni paiono oggi richiedere sempre maggiore attenzione, sia da parte dei media sia dell’opinione pubblica. Di primo acchito, la situazione sembrerebbe determinata dalla novità dell’argomento. Anche se la ricerca raccolta in questo libro racconta una storia completamente diversa».

Vienna, lunedì 3 Novembre. La drag queen Conchita Wurst – venticinquenne colombiano cresciuto in Germania, conosciuto all’anagrafe come Tom Neuwirth, diventata famosa per aver vinto l’edizione 2014 dell’Eurovision Song Context tenutosi a Copenhagen (il “Sanremo” in chiave europea) e per aver cantato al Parlamento europeo e in diversi eventi LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender) – ha il privilegio di esibirsi al quartier generale delle Nazioni Unite in occasione di una conferenza a cui partecipa anche il segretario generale Ban Ki-moon. Bella e affascinante come poche, corpo stupendo, capelli corvini, occhi truccati, ciglia finte, mani curate e affusolate, rossetto discreto che accentua una barba risorgimentale e baffi nerissimi, la Wurst veste un abito castigato di un blu brillante che sfiora le caviglie e scende ai polsi, e indossa scarpe nere con tacchi a spillo. Canta, ma non solo. Davanti alla platea gremita di capi di stato dichiara: «Sogno un futuro in cui non si parlerà più di orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso». Le fa eco Ban Ki-moon: «Continuerò a lottare contro la transfobia e l’omofobia. Difenderò l’uguaglianza con tutte le mie forze. Spero che altri di voi si uniscano alla nostra campagna Free and Equal».

Ban Ki-moon con Conchita Wurst

Già nel 2010 il segretario generale delle Nazioni Unite aveva pronunciato una frase storica: «A tutti coloro che sono gay, lesbiche, bisessuali o transgender: lasciatemi dire che non siete soli. A voi che lottate per la fine della violenza e della discriminazione, dico: è uno sforzo che condivido. Oggi io sto con voi. E chiedo a tutti i paesi e alla gente comune di stare dalla vostra parte. Un cambiamento storico è in corso. Dobbiamo contrastare la violenza, decriminalizzare relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso e chiudere con la discriminazione. Dobbiamo educare la gente. Chiedo a questo Consiglio e a tutte le persone responsabili di fare in modo che questo accada. I tempi sono maturi». Il 7 marzo 2012, al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, rincara la dose: «Alcuni credono che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano argomenti delicati. Capisco. Come molti della mia generazione, non sono cresciuto parlando di questi argomenti. Ma ho imparato a farlo perché molte vite sono al palo e perché è nostro dovere, secondo la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani, proteggere i diritti di ciascuno, ovunque».

A leggere i quotidiani, le parole di Ban Ki-moon sembrano rimanere inascoltate. Ancora oggi, in 76 paesi, molti dei quali ritenuti civili, omosessuali, bisessuali, transessuali di tutte le età e religioni sono oggetto di derisioni, discriminazioni, violenze fisiche e verbali, o ancora di vere e proprie torture, con la connivenza silenziosa delle autorità che non offrono loro adeguata protezione, per non parlare dei paesi in cui gli LGBT rischiano la condanna a morte. Nell’Italia del 1968, in anni che definire di lassismo sessuale è dire poco, il transessuale Romina Lecconi viene considerata socialmente pericolosa e pertanto condannata a scontare due anni di soggiorno obbligato a Volturino di Foggia, un paese di quattro anime, nemmeno fosse il peggiore dei mafiosi. Col tempo la situazione cambia: dieci anni più tardi nasce il MIT, Movimento italiano transessuali e nel 1982 la legge “164” legalizza l’intervento chirurgico e ne consente la rettifica anagrafica. Fino a Vladimir Luxuria, transgender, parlamentare italiana tra il 2006 e il 2008 sotto il goveno Prodi, e prima transgender eletta in un parlamento europeo. Nonostante i progressi, nella migliore delle ipotesi, ovunque nel mondo, questi “devianti” sono semplicemente tollerati ma, come diceva Pier Paolo Pasolini, la tolleranza è la forma di condanna più raffinata. Intollerabile, per l’Uomo, essere tollerato. Il Dio di tutti accetta, non tollera.

L’ALTRA METÀ DEL CIELO E IL CORAGGIO DEI PADRI SAVERIANI
Mentre le parole di Ban Ki-moon cadono nel vuoto e le grandi città continuano a essere testimoni silenziose di violenze psico-fisiche a chi viene percepito come  “l’altra metà del cielo”, c’è chi si impegna a sensibilizzare l’opinione pubblica. È il caso di un gruppetto di missionari saveriani che, capitanato da padre Tiziano Tosolini [1], ha avuto l’idea e il coraggio (l’elezione di papa Francesco favorisce, forse, l’audacia nella lungimiranza?) di dedicare uno studio di 200 pagine dal titolo Borderline Gender – spin off monografico della collana Quaderni (Asian Study Center, Xaverian Missionaries, Japan) – al tema dell’omo-transessualità-travestitismo, nella storia antica e contemporanea dei Paesi del lontano Oriente nei quali questi sacredoti vivono: Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan. Una sorpresa per tutti, ma non per chi conosce Tiziano. Che ha scelto con cura e poi riunito in una minuscola ma intellettualmente agguerrita squadra i missionari-collaboratori-amici impegnati nel dialogo interreligioso, tra cui il bresciano Sergio Targa “corrispondente” dal Bangladesh; il cremonese Matteo Rebecchi che vive in Indonesia; il brasiliano Everaldo Dos Santos, rettore della Comunità internazionale di Teologia a Manila, nelle Filippine; il fratello Fabrizio, biblista, docente all’Università di Teologia di Taipei, a Taiwan; il giovane padovano Luigino Marchioron, anche lui docente all’Università di Taipei.

Scrivono Sergio Targa e Fabrizio Tosolini nell’incipit dell’introduzione: «Argomenti connessi alla sessualità e alle sue molteplici apparenze ed espressioni paiono oggi richiedere sempre maggiore attenzione, sia da parte dei media sia dell’opinione pubblica. Di primo acchito, la situazione sembrerebbe determinata dalla novità dell’argomento. Anche se la ricerca raccolta in questo libro racconta una storia completamente diversa. Le esperienze dei Borderline Gender sono sempre state presenti nel contesto delle culture dei cinque paesi presi in considerazione nel nostro studio: Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan». Le domande da cui scaturisce questo progetto, come scritto nella conclusione di Dos Santos, Rebecchi, Marchioron e, ancora, Tiziano Tosolini, sono quelle di sempre: «Cos’è il corpo se può essere oggetto di brama erotica? Come mai qualcuno si sente intrappolato o prigioniero del proprio corpo in quanto (al di là della conoscenza comune) ritiene che dovrebbe appartenere a un genere o a un genus diverso? Dove potremmo collocare quella strana area di confine in cui qualcuno si sente “mezza donna e mezzo uomo” o “né donna né uomo” o ancora “al di là dell’essere uomo o donna”? Che tipo di parole o vocabolario dovremmo adottare per descrivere questo dilemma, visto che la nostra grammatica sembra lavorare perfettamente bene solo con l’uso delle opposizioni binarie? Innanzitutto esiste – o potrebbe esistere – questo tipo di linguaggio? O sarebbe simile alla lingua usata dagli amanti nei loro incontri, dove non c’è nulla che debba essere imparato e nessuna informazione da trasmettere, ma solo incomprensibili sospiri da sentire?».

«Possiamo certamente dire che, in passato, le persone, qualsiasi fosse il loro sesso, erano integrate in una sorta di scenario cosmico in cui ciò che uno sentiva o era, contribuiva positivamente all’essenza della società stessa. Le cose sono cominciate a cambiare irreversibilmente quando queste società sono venute in contatto con le altre, quelle occidentali, al tempo in cui le ambiguità non erano permesse, in luoghi in cui anche le minime differenze dovevano essere riportate e strettamente definite. I Baklas nelle Filippine erano prima associati con il travestitismo, poi con l’effeminazione e, infine, con l’omosessualità. Idee di amore con il medesimo sesso, gay e queer gender (queer: bizzarro, insolito, NdG), si sono diffuse in Giappone all’inizio del XX secolo, e tassonomie mediche e oscure etichette patologiche, come gender identity disorder, cominciarono a emergere. Gli antichi rituali mistici e l’ascetismo sessuale dei Bissu (…) e dei Warok in Indonesia dovevano aprire la strada a esigenze transculturali dei sostenitori degli LGBT. In breve, le tradizioni locali hanno dovuto adattarsi a un nuovo gergo narrativo in cui le idee di “individuo”, “diritti” e “sesso” hanno sostituito quelle di “comunità”, “funzione” e “senso”.  Borderline gender hanno cominciato a venire a galla e, paradossalmente, le società sono diventate spazi liquidi in cui gruppi ben definiti sono diventati aree instabili di identità fluttuanti, pezzi di un puzzle senza un modello originale da usare come referente».

La perfezione della scrittura e l’eleganza della grafica alleggeriscono la lettura piuttosto impegnativa di questo studio approfondito, al momento pubblicato in lingua inglese, che andrebbe attentamente analizzato nelle università e distribuito nelle biblioteche del mondo. Lettura impegnativa sia per la la delicatezza dell’argomento e la serietà con cui viene affrontato, sia per l’inevitabile coinvolgimento emotivo del lettore, visto che almeno una volta tutti, prima o poi, siamo incorsi e ancora incorriamo in pregiudizi e ironie verso gli LGBT.
Nel raccogliere la sfida lanciata dai saveriani al mondo civile e alla riflessione intima che ne consegue, non resta che una postilla dalla tristezza infinita, firmata Jean Cocteau: «Le stesse notti violente, gli stessi mattini torbidi, gli stessi lunghi pomeriggi in cui i ragazzi diventavano dei relitti, delle talpe in piena luce».

A questo punto sorge spontanea una domanda: ma l’emozione dell’amore, ammesso che esista, dov’è finita?

[1.] Tiziano Tosolini, friulano, è direttore dell’Asian Study Center con sede a Osaka, direttore della collana Quaderni (siamo ormai al IX anno di pubblicazione) di cui questo Borderline Gender è uno spin off. Si è laureato in Teologia e in Pedagogia a Parma. Da qualche anno è visiting professor all’Università di Teologia a Manila (Filippine) e allo Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia. È ricercatore part-time al Nanzan Institute for Religion and Culture di Nagoya. È stato docente a Londra e a Glasgow, dove ha concluso il dottorato in Filosofia. Conferenziere affascinante, filosofo appassionato di postmodernismo e studioso della società nipponica, in particolare di Buddhismo e Scintoismo, di cui ha da poco pubblicato un dettagliato e particolarmente chiaro dizionario terminologico-encicopedico giapponese-italiano.

 

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Comprato, letto, provato

Ingiustizia, Abbandono, Rifiuto, Tradimento, Umiliazione. Sono le Cinque Ferite che accompagnano la vita di ognuno di noi e contribuiscono a determinare il nostro modo di affrontare gli assilli quotidiani. Questo crede, e dimostra, Maria Rosa Fimmanò* nel suo libro Risolvere le Cinque Ferite. Trasformarle in vantaggi per vivere meglio (editore Trevisini, Milano, Ottobre 2014, € 14,50). Un manuale assolutamente originale – nessuno ci aveva finora spiegato come risolvere i problemi legati alle nostre ferite più profonde – chiaro, ricco di spunti e che, soprattutto, si legge come un romanzo: il romanzo dell’Esistenza.

Una volta individuati, prima di soccombere allo stress, è il caso di liberarci di questi problemi. Perché risolvere le Cinque Ferite vuol dire eliminare gli aspetti di noi che non gradiamo e invece accogliere gli elementi positivi a loro connnessi come fossero una risorsa che ci permette di esprimere meglio la nostra personalità.

La parte pratica del libro – una trentina di pagine – ci sfida a una divertente autoanalisi, a trovare cosa ci affligge e a provare gli esercizi fino a quando non si ottengono i risultati sperati. Che arriveranno di sicuro, con il minimo sforzo possibile: cinque minuti al giorno per qualche settimana. Esercizietti che si possono praticare ovunque, in vasca da bagno o fermi in macchina al semaforo da cui non ci si riesce a schiodare proprio per quei cinque minuti che ci servono. Quando si dice che la fortuna ci assiste.

Un libro festoso, lungi dall’essere banalmente terapeutico e senza la pretesa di psicanalizzare a tutti i costi. Un manuale da usare anche come originale e istruttivo gioco di società in una serata con nuovi e vecchi amici, in spiaggia o a Capodanno. Non solo per prenderci in giro, ma anche per scoprire il lato nascosto di chi ci piacerebbe diventasse il nostro nuovo amore. Come diceva Honoré de Balzac, «per giudicare un uomo bisogna almeno conoscere il segreto del suo pensiero, delle sue sventure, delle sue emozioni».

Un libro da leggere e mettere in pratica assolutamente.

* Maria Rosa Fimmanò è direttrice dell’Istituto di Kinesiologia e Neuro-Training “Kinergia”. Laureata in discipline scientifiche, ha proseguito il suo aggiornamento all’estero e ha reso disponibile per la prima volta in Italia il percorso di Neuro-Training®, l’evoluzione della Kinesiologia. Relatrice ai congressi internazionali, docente per vocazione, si dedica anche alla ricerca e ha messo a punto numerose tecniche, in particolare quella delle Cinque Ferite. Tiene corsi e conferenze in varie città d’Italia e collabora attivamente con Andrew Verity, l’ideatore del Neuro-Training.

 

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Kundàli e Kundalini in salsa sikh

La dea Kundàli, il serpente Kundalini e lo Yoga Kundalini costituiscono la triade real-metaforica che attraversa il Novecento da Est a Ovest, dal Punjab alla California passando per il Canada, incrocia i Figli dei fiori e offre loro la possibilità di rinfrescare l’energia prostrata dall’uso intensivo di droghe più o meno pesanti. La magia di questo incontro è offerta dalle pratiche di Kundalini Yoga che risvegliano, per l’appunto, nel corpo umano, il serpentello simbolicamente avvolto alla base del perineo.

Siamo nel 1968 e i tempi sono maturi per un successo internazionale: sulla scia dei Beatles che vanno in India, nell’ashram di Maharishi, a imparare la Meditazione Trascendentale, il maestro sikh Yogi Bhajan (1929-2004) viene eletto guru di un’intera generazione americana e non solo. Nel 1969, sempre negli Stati Uniti, costituisce la 3HOHealthy, Happy, Holy Organization, una fondazione rappresentata alle Nazioni Unite che si occupa della salvaguardia e della diffusione delle pratiche e dei valori del Kundalini Yoga, del Tantra Bianco, della Numerologia tantrica e dell’arte curativa del Sat Nam Rasayan, di cui è pure maestro – e nel 1972 getta le basi del Kundalini Research Insitute con sede a Española, nel New Mexico, a cavallo della contea di Rio Arriba e quella di Santa Fe. Da allora e al di là del primo manipolo di beatniks – la disciplina millenaria dello “Yoga della Consapevolezza” o” Yoga degli angoli e triangoli”, com’è anche conosciuta, è praticata da qualche milione di persone in tutto il mondo e i risultati che se ne ottengono sul piano fisico-mentale-spirituale sono stati scientificamente dimostrati: si tratta di benefici al sistema cardio-vascolare, ghiandolare, nervoso, digestivo e linfatico, senza dimenticare la diminuzione di ansia e stress. La mitica California non sbaglia mai.

Yogi Bhajan

E proprio sulla dea serpente Kundali, e del relativo Kundalini Yoga secondo gli insegnamenti di Yogi Bhajan, che è imperniato il libro  La Kundalini. L’energia divina in noi (Editore Xenia, pagg 128, euro 7,50) scritto a quattro mani da Maria Angelillo – indologa, antropologa, etnologa, docente universitaria e molto altro (le etichette sono sempre riduttive) – e Stefania Kudrat Kaur Floreani – insegnante certificata di Kundalini Yoga come codificato da Yogi Bhajan e allieva di Guru Dev Singh, a sua volta allievo storico e prediletto di Yogi Bhajan. Stefania è altresì naturopata, consulente esperta, tra l’altro, nella terapia a base di gocce Bach e relativo massaggio, nonché ricercatrice spirituale, instancabile viaggiatrice e accompagnatrice, ovviamente spiritual-turistica, nelle terre sacre dell’India.

Sant Singh Sahib Guru Dev Singh Khalsa

Un libro piccolo ma di grande importanza e impatto: poco più di cento pagine fitte fitte, scrittura superba e pertanto perfettamente comprensibile nonostante la difficoltà dell’argomento, ricco di note (la prima parte si legge come fosse un romanzo a sfondo storico; la seconda,  si può anche usare come piccolo manuale di Kundalini Yoga), frutto della profonda conoscenza ed entusiasmante passione delle autrici. Inoltre, la documentazione minuziosa e l’approccio “scientifico” ma anche pratico per un tema tanto immateriale, astratto, incorporeo come questo – e, per i profani, pure immaginario – non lasciano nulla al caso.

Il libro si apre con la citazione dei versetti del II capitolo della Shiva Samhita: «In questo loto chiamato adhara, nel pericarpo, c’è la bella yoni triangolare, la cui esistenza è tenuta segreta in tutti i Tantra. Qui, in forma di lampo simile a liana, vi è la dea suprema, Kundàli, arrotolata in tre spire e mezza, che sta sulla bocca di Sushumna. Essa ha la forma della forza creatrice del mondo, è sempre impegnata nell’attività di creazione, è la dea della parola che non può essere descritta a parole, è sempre venerata dagli dei».

Scrive Maria Angelillo nell’introduzione: «La Kundalini rappresenta la traduzione microcosmica della Shakti, letteralmente “potenza”, il principio femminile che, nel Tantrismo, descrive l’aspetto dinamico della divinità: precipua del Tantrismo, infatti, è la concezione secondo cui è costituita dall’unione di due polarità opposte e indivisibili, di cui una maschile e una femminile, identificate rispettivamente in Shiva e Shakti, esemplificazioni della componente statica e dinamica della realtà».

Dea Shakti

Uno Yoga per tutti, spiega Stefania Floreani, che, «non prevedendo la rinuncia a nessuno degli aspetti materiali dell’esistenza e non richiedendo ai propri praticanti l’emancipazione dalle logiche che governano l’esistenza materiale e profana, ambisce a integrare nel suo sistema le comuni mansioni che scandiscono il corso della normale vita quotidiana con l’afflato spirituale». Afflato «che lega il praticante a Dio e si traduce in un sentimento di devozione amorosa che tende a quell’unione mistica in cui la coscienza individuale partecipa alla suprema Coscienza assoluta».

Non solo, «Yogy Bhajan eredita da Patanjali, l’attenzione nei confronti dell’indagine psicoanalitica della personalità umana: occorre, infatti, ricordare come per Patanjali lo Yoga sia innanzitutto “inibizione delle funzioni mentali”». Se poi aggiungiamo che Yogi Bhajan ha pure fuso insieme «le istanze filosofiche e soteriologiche proprie del Sikhismo» a cui aderì, è facile comprendere come il Kundalini Yoga – o Yoga della consapevolezza – abbia fatto breccia nel cuore di tanti giovani Figli dei fiori che vivevano, come lui, nella Los Angeles degli anni Settanta del secolo scorso, alla vigilia dell’era dell’Acquario. Un metodo potente, ma «sano ed equilibrato» che avrebbe riparato il loro cervello e il loro sistema nervoso dagli abusi di alcol e spinelli. Un metodo che avrebbero potuto replicare in qualsiasi momento e in cui convergono «22 differenti forme di Yoga (…) equiparate a un diamante formato da 22 sfaccettature» quali le «peculiarità proprie del Raja Yoga, del Mantra Yoga, del Laya Yoga, dell’Hatha Yoga».

Beatles in India

I migliaia di Asana (posizioni) spesso supportati dalla recitazione di una Mudra (posizione delle dita), di un Mantra o di Pranayama (controllo del soffio vitale) sono strutturati «all’interno di sequenze precise e non modificabili» chiamate Kriya – secondo Yogi Bhajan: azione in grado di far germogliare il seme – considerati alla stregua di vere e proprie mappe energetiche, grazie alle quali l’energia pranica e la Kundalini stessa possono liberarsi e orientarsi all’interno della struttura energetica del corpo umano». Se a tutto questo si aggiunge che «”le migliori virtù secondo il Sikhismo sono la compassione, la carità, la pazienza, la pietà, la contentezza, l’indulgenza, la clemenza, la purezza del cuore, l’umiltà, la dolcezza, la cortesia, la buona educazione, la generosità, la pace, la grazia, l’onestà, la tolleranza, la sincerità, la castità, la calma e la rettitudine”», il gioco è fatto. E scusate se è poco.

 

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Suoni e colori nell’arte di Kandinskij

febbraio 18th, 2014 | No Comments | Posted in Arte, Spiritualità

Vassiliij Kandinskij

Vassiliij Kandinskij (1866-1944) è unanimamente considerato uno dei padri dell’Astrattismo. Russo per nascita e formazione, emigra in Germania dove vive l’avventura del Bauhaus. Qui approfondisce e porta a compimento le sue teorie su forma e colore, collabora con Walter Gropius, Joseph Albers, Oskar Schlemmer, László Moholy-Nagy, Paul Klee.

Nel 1934, l’anno successivo alla chiusura del Bauhaus da parte del regime nazista, si stabilisce in Francia, dove troverà il meritato successo, acclamato come “uno dei più grandi rivoluzionari della Visione” dallo scrittore francese André Breton (1896-1966) e onorato come “Grande Principe dello Spirito” dal pittore spagnolo Joan Mirò (1893-1983).

Vassiliij Kandinskij, Senza titolo, 1915, Acquerello e inchiostro di china su carta, cm 22 x 22,5, Lascito Nina Kandinsky, 1981, Georges Meguerditchian ‐ Centre Pompidou, MNAM‐CCI, © Centre Pompidou, MNAM‐CCI / Georges Meguerditchian / Dist. RMN‐GP© Vassily Kandinsky by SIAE 2013

Il suo astrattismo nasce dalla necessità di esprimere la musica con il pennello. Per parlare del soprannaturale che crede sia insito nell’Uomo, crea “strumenti superiori di percezione”, espedienti pittorici decisamente singolari che gli consentano di “parlare del mistero per mezzo del mistero”. (…) «Non mi sarei sorpreso se avessi visto un sasso dissolversi nell’aria davanti a me e diventare invisibile», azzarda, anche se dal profondo della sua pittura emerge la matrice della solida tradizione popolare russa.

Nelle opere di Kandinskij, spiritualità, suono, colore si fondono magicamente. Per lui i «colori acuti vengono sempre esaltati, acquistano un suono più acuto, quando sono associati a una forma acuta (per esempio il giallo associato al triangolo). I colori che tendono all’approfondimento vedono questa tendenza accentuata da forme tondeggianti (per esempio il blu associato al cerchio)», il rosso con il quadrato. E «andando molto in profondità il blu sviluppa l’elemento della quiete. Affondando verso il nero acquista una nota di tristezza disumana (…). L’azzurro, rappresentato musicalmente, è simile a un flauto; il blu scuro somiglia al violoncello e, diventando sempre più cupo, ai suoni meravigliosi del contrabbasso; nella sua forma profonda, solenne, il suono del blu è paragonabile ai toni gravi dell’organo” (Vassiliij Kandinskij, Tutti gli scritti, volume II, pg. 99 e  110). Kandinskij percepisce il colore come «un mezzo per esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde».

Vassiliij Kandinskij, Fragil, 1931, Tempera su cartone, cm 34,7 x 48,4 Lascito Nina Kandinsky, 1981, © Centre Pompidou, MNAM‐CCI / Service de la documentation photographique du MNAM / Dist. RMNGP, © Vassiliij Kandinskij by SIAE 2013

Dell’artista, Palazzo Reale, a Milano (fino al 27 aprile 2014), mette in mostra più di 80 lavori, tra dipinti e opere su carta, che illustrano i periodi principali della sua carriera, tutti provenienti dal fondo Kandinskij, Musée national d’art moderne del Centre Pompidou. L’esposizione offre uno sguardo completo sul suo percorso formativo, di viaggiatore, di esploratore di culture, di analista delle ragioni che muovono linee e colori, in un periodo in cui, in tutta Europa, soffiano venti di rivolta, di guerra, di instabilità politica, di innovazione. Kandinskij, in apparenza, non se ne cura, la sua mente e il suo spirito sono proiettati altrove: “L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro” (Vassiliij Kandinskij, Punto, linea, superficie, Adelphi, 2008).

Vassiliij Kandisnskij

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Benessere, spiritualità, massaggi e buona cucina alla Presolana

Presolana, Alpi Orobiche, BergamoMa chi l’ha detto che la ricerca del benessere, della pace, della spiritualità,  devono portare all’assenza del piacere, alla rinuncia di sapori, odori, profumi, al ritiro dei sensi?

Per ricredersi basta passare un fine settimana all’Hotel Milano – località Bratto, frazione di Castione della Presolana, in Valseriana, sulle Alpi Orobie sopra Bergamo – e le agognate 48 ore di relax diventano una supervacanza.

Ambiente magnifico e semplice allo stesso tempo, cucina meravigliosa, vini di gran qualità, e poi una spa di tutto rispetto con piscina, idromassaggio, massaggiatrici che dire esperte è poco: questo e molto altro è l’Hotel Milano. Il tutto condito dall’ospitalità sincera e raffinata della famiglia Iannotta, in particolare dalla  signora Maria Tomasoni Iannotta che, passati gli Ottanta, ancora dirige la cucina, e dal figlio Roberto.

Per festeggiare le nozze d’oro con i fornelli, la signora Iannotta ha anche scritto un libro – La mia cucina di montagna – che racchiude nelle sue ricette tradizionali l’essenza gastronomica delle Alpi Orobie. Libro che può vantare la prefazione affettuosa di Gualtiero Marchesi, il cuoco dei cuochi, che definisce l’autrice “Cuoca Maxima”.

Gli Iannotta sono una famiglia molto speciale che accoglie gli ospiti con tali e tante attenzioni e prelibatezze gastronomiche – dalle marmellate della prima colazione alle torte del brunch della domenica, dalle crepes ai funghi porcini, al brasato e ai mini tortini di patate, solo per citarne alcuni – che salutarli per ritornare a casa è davvero difficile.

È di tutte queste meravigliae che hanno potuto godere i finalisti della prima edizione del Premio Alpen di Bratto della Presolana, istituito con il patrocinio del Ministero del Turismo e della Regione Lombardia (vinto da Marco Venturino con Le possibilità della notte) che si è tenuto proprio all’Hotel Milano. Il premio nazionale di letteratura del benessere, assegnato il 6 agosto 2011, è dedicato all’opera che meglio illustri pratiche, tecniche, modalità, stili di vita, studi, ricerche che aiutino a migliorare il benessere della persona nella vita di tutti i giorni.

Il benessere e l’elevazione spirituale vanno di pari passo con l’amore per l’altro, con l’affetto, con  le coccole sincere.

All you need is love.

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Spiritualità e internet

agosto 15th, 2011 | No Comments | Posted in Felicità, Psicologia, Spiritualità

Qualche volta la spiritualità arriva a casa via mail, sottoforma di documentari brevi o corposi, note meravigliose, interpreti sublimi e altrettanto sublimi direttori d’orchestra.

Per gli appassionati di musica classica il sito è imperdibile. Entrate. Non rimarrete delusi.

Buon Ferragosto a tutti

Patrizia

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Le radici dello Yoga

agosto 15th, 2011 | No Comments | Posted in Ricette, Spiritualità

«Yoga is not a modern invention of the human mind, but our ancient and prehistoric possession.

The Veda is our oldest extant human document and the Veda, from one point of view, is a great compilation of practical hints about Yoga.

All religion is a flower of which Yoga is the root; all philosophy, poetry & the works of genius use it, consciously or unconsciously, as an instrument.

We believe that God created the world by Yoga and by Yoga He will draw it into Himself again. (…)

Yoga may be done without the least thought for the breathing, in any posture or no posture, without any insistence on concentration, in the full waking condition, while walking, working, eating, drinking, talking with others, in any occupation, in sleep, in dream, in states of unconsciousness, semiconsciousness, double-consciousness.

It is no nostrum or system or fixed practice, but an eternal fact of process based on the very nature of the Universe».

Aurobindo

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Cattedrali

luglio 28th, 2011 | No Comments | Posted in Felicità, Libri, Sorriso, Spiritualità

Luca Doninelli è un antropologo con il taccuino. È con il taccuino in mano che ha scritto Cattedrali (Garzanti), dove aveva annotato idee, pensieri, immagini, osservazioni, riflessioni, quando si era trovato a Londra, a Parigi, a New York, a Pechino, al Cairo, a Gerusalemme, a Betlemme, a Barcellona. Ma anche per le strade di Milano, la sua città.

Quello di Doninelli – scrittore vincitore di numerosi premi, docente universitario, allievo di Claudio Magris (né potrebbe essere diversamente) – è un excursus trasversale come se ne vedono pochi, a metà tra la cronaca, la riflessione sul paesaggio, il viaggio vero e quello a sfondo socio-spiritual-antropo-etnografico. Una scrittura ricca ma spedita che gli permette di mettere insieme senza stonature il Muro del Pianto e i grandi magazzini Harrods, la Città Proibita e il Grand Central Terminal, Les Halles e la Sagrada Familia. Perché sono «tutti edifici in cui si condensa lo spirito di una città. (…) Non importa se tra quelle pareti si onora un dio»

Per lui Betlemme è dove la bellezza del mondo si tramuta in cenere e dove le candele ardono perennemente. La Grande Piramide è cattedrale perché è custode delle antiche memorie.  La Città Proibita non ha un centro, non ha una sala del trono perché l’Imperatore era un dio, un’entità simile alle stelle e ai pianeti, al sole e alla luna, obbediente a una legge immutabile e incarnazione della stessa. La Sagrada Familia è un tempio. Il Muro del Pianto , una sinagoga all’aperto dove è palpabile la sensazione che il popolo d’Israele è davvero il popolo di Dio. Per contro, agli ebrei di New York non resta che andare a visitare una “cattedrale” vera con tanto di volta celeste: il Grand Central Terminal, la stazione più famosa d’America. Secondo Doninelli, la cattedrale vera di Parigi non è Notre Dame, ma è un buco per terra situato nel suo centro geometrico, una sorta di doppio fondo, quello che Emile Zola chiama il ventre di Parigi. In superficie, le cattedrali si chiamano Les Halles, Tour Eiffel, Moulin Rouge, così come Harrods è l’unica, la sola cattedrale di Londra, il suo tempio. E il Duomo di Milano? Non chiamatelo tempio o luogo di culto – dice Doninelli – esso è prima di ogni altra cosa la roccia voluta dal Demonio per avvolgere il corpo morto di Cristo affinché Lui non risorga. (…) Del resto i nostri antenati lo sapevano: per giungere alla purificazione dei peccati è necessario entrare nel cerchio del diavolo.

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La Leadershit e la pagina 128

È bello, profondo e facile da leggere, questo Leadershit. Rottamare la mistica della Leadership e farci spazio nel mondo di Andrea Vitullo, tanto che sembra scritto da un americano (Ponte alle Grazie, €12). Il titolo è un’evidente provocazione, un logo, una parola, un suono. Una premessa che ha l’ambizione di generare dubbi e accendere ricerche.

Mi è piaciuta molto la conversazione tra l’autore e Gabriella Cella – una delle migliori insegnanti di Yoga che su questo tema ha scritto libri importanti –  di cui riporto qui sotto il brano di pagina 128, dal titolo Il corpo: laboratorio di trasformazione

V.: Corpo e silenzio sono collegati?
C.: Se ascolti veramente il corpo, sei in silenzio. C’è il suono del respiro, se ascolti.

V.: La conoscenza e l’attenzione al proprio corpo può diventare fonte di creatività?
C.: È quello che ha dato a me, almeno. Se sei già una persona di natura creativa hai da spaziare in una maniera fantastica. Ma anche se sei una persona razionale puoi arrivare a una buona forma di creatività.

V.: Un’Asana (la posizione yoga) ti fa provare tensione e piacere allo stesso tempo. È in quella intercapedine che emerge la consapevolezza.

C.: Sì, nello spazio intermedio, lì sta il punto. nelle asana puoi vivere intense situazioni di corporeità: all’inizio molto fisica, di tensioni muscolari, poi attraverso il lasciar andare del corpo cominci a distaccarti dalle tensioni. Sei sempre nel corpo, ma sfoci spontaneamente in uno stato molto vicino alla meditazione.

V.: È possibile fare un lavoro sul corpo e partire da lì affinchè anche chimicamente cambi qualcosa.

C.: Io l’ho fatto. Un passo dal libro La quarta via di Petr Demianovic Uspenskij dice: «In seguito imparerete come la pratica di ricordarsi di sé, legata all’osservazione di sé, non ha solo significato psicologico, ma essa modifica la parte più sottile del nostro organismo producendo degli effetti fisico-chimici ben definiti. Oserei dire alchemici». Non è una fantasia. Modifichi una piccola cosa nel corpo e si modifica tutto quanto.

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Premio Alpen

Il libro La mano che cura. Dialoghi con i maestri del benessere di Patrizia Sanvitale edito dalla Fondazione Cologni e da Marsilio Editori, è finalista al Premio Alpen Presolana. Pagine di Benessere 2011.

Presentazione: sabato 6 agosto, h. 16.o0, alla Sala Gardenia, al Centro Congressi dell’Hotel Milano

Gran Galà del Benessere con premiazione del vincitore: Hotel Milano, Sala del Caminone, ore 20.00

Bratto di Castione della Presolana (BG)

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