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Contaminazioni: un genere nuovo e necessario

luglio 6th, 2011 | No Comments | Posted in Felicità, Libri, Psicologia, Sorriso, Spiritualità

Religioni, psicoterapie, counselling filosofici si propongono all’Uomo di oggi come differenti risposte al male di vivere, ciascuna con la pretesa di essere ciò che può efficacemente funzionare, scrive Massimo Diana, docente di Psicologia della Diocesi di Novara, nel risvolto di copertina del suo libro: Contaminazioni necessarie.

Massimo Diana

Abbiamo bisogno della filosofia perchè solo essa conosce a fondo l’Uomo. Abbiamo bisogno della psicologia perché senza di essa non siamo in grado di svelare le dinamiche e le radici profonde dell’angoscia e il mondo oscuro dell’inconscio. Ma la psicologia, sradicata dalle sue origini filosofiche e mitico-religiose rischia, a sua volta, di perdere l’anima riducendola a mente o, più radicalmente ancora, a cervello. Questo le preclude la possibilità di comprendere a fondo il desiderio dell’Uomo e quel bisogno che solo una prospettiva assoluta o metafisica è in grado di colmare. Allora sono necessarie anche le religioni perché solo esse offrono una risposta definitiva all’angoscia, una risposta che consiste nell’esperienza di una relazione assoluta con l’Assoluto. Un’esperienza che ha bisogno del supporto delle immagini del Mito e si può sperimentare solo nella mediazione del Rito. Ma le religioni, misconoscendo l’inconscio, corrono il rischio di proiettare e reificare le immagine archetipiche e i simboli da cui hanno origine, riducendole a dogmi e dottrine in opposizione, incapaci di parlare all’Uomo del Terzo Millennio. Ecco perchè solo una contaminazione feconda tra filosofia, psicologia e religione può costituire un’efficace risposta al bisogno profondo del cuore umano.

Massimo Diana, Contaminazioni necessarie. La cura dell’anima tra religioni, psicoterapia, counselling filosofici Moretti & Vitali Editori, Bergamo, 2008

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Massaggio da ufficio: una rilassante novità

Il metodo di massaggio che ho messo a punto  – scrive il dottor Giovanni Leanti La Rosa con la collaborazione del giornalista, e ora anche massaggiatore, Fabrizio Buratto* nel suo libro Massaggio da ufficio – si fonda sull’ascolto continuo dell’altro, dunque non segue alcuno schema predefinito. Le manipolazioni e le manovre possono risultare invasive, mentre le manualità sono meno profonde e non vengono subite dal massaggiato. E poi, a nessuno piace essere manipolato, né in senso metaforico, né in senso fisico.

Le manualità non sono da seguire necessariamente nell’ordine in cui le trovate in queste pagine, poiché la sequenzialità dei passaggi dipende dal contesto, dal tempo a disposizione e dai problemi del massaggiato. Se un nostro collega lamenta dolori alla mano destra per l’eccessivo uso del mouse, possiamo fargli un massaggio veloce di due o tre minuti, avvicinandoci con la sedia alla sua scrivania. I tempi del massaggio, nei luoghi di lavoro dove la pratica del massaggio da ufficio è già stata o verrà introdotta, sono stabiliti dall’azienda, ma è immaginabile e auspicabile che, una volta assorbita la cultura del massaggio, scambi di breve durata possano avvenire anche in momenti diversi da quelli regolamentati.

Il massaggio non può essere una pratica rigida perché massaggiare non è una tecnica, bensì una forma di comunicazione finalizzata alla cura. Ciascun massaggio va calibrato su misura a seconda di chi lo riceve, senza che risulti fastidioso o doloroso né per il massaggiato, né per il massaggiatore. Il massaggiato deve ricavarne sollievo, mentre un massaggio che provoca dolore è un massaggio cattivo.

Anche per il massaggiatore sono da evitare posture scomode o innaturali. Se fatto senza seguire un accorgimento fondamentale, anche il massaggio da ufficio, come qualsiasi altro tipo di massaggio pur leggero, può risultare dannoso per chi lo somministra. Nel corso degli anni, ho incontrato moltissimi massaggiatori che lamentavano problemi alle mani, alle articolazioni, alle spalle, essi stessi bisognosi di massaggi. L’errore che commettevano era di usare la loro forza, invece della forza che tutti noi abbiamo a disposizione gratuitamente: quella di gravità. Il massaggiatore deve appoggiarsi al massaggiato calibrando il peso del suo corpo. In questo modo ottiene tre ottimi risultati senza sforzo: 1) fa stretching, ora aggrappandosi, ora appoggiandosi al corpo del massaggiato; 2) con le mani in appoggio aumenta la capacità di “ascolto” del massaggiato; 3) si rilassa prendendo respiri lunghi, che tendono a sincronizzarsi con quelli del massaggiato.

Quante volte mi sono sentito domandare:“Dottore, anch’io posso imparare a massaggiare?”. Ma certo! Per diventare massaggiatori esperti, e consapevoli di quel che facciamo sul corpo delle altre persone, non ci vuole la laurea in Medicina. Inoltre, il massaggio antistress da ufficio, essendo leggero, mai troppo profondo, non presenta alcuna controindicazione. Basta seguire due avvertenze: stare in ascolto dell’altro e usare il buon senso. Senza dimenticare che ciascuno di noi possiede l’istinto prenatale del tocco e del contatto, come dimostra lo studio sulla vita intrauterina dei gemelli omozigoti citato in chiusura della Parte I.

Siamo tutti massaggiatori intuitivi: ci abbracciamo, ci facciamo le coccole nell’intimità, accarezziamo i nostri bambini. Il corpo si esprime fondamentalmente attraverso il piacere e il dolore, e dobbiamo ritornare ad ascoltare – in noi stessi e negli altri – queste due antiche sensazioni conosciute tanto bene dai bambini: mi piace, non mi piace. Con il massaggio risvegliamo la nostra parte infantile poiché torniamo a utilizzare lo strumento di esplorazione del mondo che usavamo quando ancora non sapevamo parlare: il contatto. Nel massaggio, il bambino e l’adulto in noi si incontrano e si riconciliano: voglio il mio bene (parte bambina) e voglio il tuo bene (parte adulta).

*Fabrizio Buratto, giornalista e scrittore

Da “Il Massaggio da ufficio – Prevenzione e cura dello stress da lavoro”, Urra-Apogeo, Milano, 2011. Introduzione della seconda parte del libro, dedicata alle manualità del massaggio da ufficio, illustrate con fotografie e didascalie.

Copyright © 2011 Urra-Apogeo s.r.l.

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“La mano che cura”

Martedì 7 Giugno si è tenuta presso la Sala Bocconi del Circolo della Stampa di Milano, in Corso Venezia 48, la presentazione del mio libro “La mano che cura”, pubblicato da Marsilio Editori nella collana “Mestieri d’Arte”, promossa e sostenuta dalla Fondazione Cologni con il prezioso contributo di Banca BSI. (Foto) (Video)

Lina Sotis, giornalista del Corriere della Sera e gran signora del bon ton meneghino, insieme a Cesare de Michelis (Presidente di Marsilio Editori) e a Franco Cologni (Presidente della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte), ha accolto gli ospiti che hanno preso parte alla presentazione: oltre a me sono saliti sul palco anche tre dei maestri del massaggio da me intervistati:  Stefania Kudrat Floreani (specialista del massaggio Bach), Giovanni Leanti La Rosa (specialista del massaggio antistress) e Carlo Tetsugen Serra (zen shiatsu).

Agli oltre duecento ospiti che hanno affollato la sala Bocconi del prestigioso circolo milanese, tra i quali vi erano anche più della metà dei “guru” presentati nel libro,noi relatori abbiamo restituito l’importanza e la profonda umanità di una pratica antica quale quella del massaggio, nelle sue diverse valenze curative ma anche filosofiche.

Il libro  è disponibile presso le migliori librerie italiane e sul sito marsilioeditori.it

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Armonia e Arte del massaggio

Presentazione del mio nuovo libro

La mano che cura.

Dialoghi con i maestri del benessere.

Marsilio Editori, a cura Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte

Tecnica, mano e cuore nell’arte del massaggio:antichi riti, nuovi saperi

ad Armonia (Castello di Belgioioso, PV)

Domenica 5 giugno alle ore 12, nel Salone da Ballo del Castello di Belgioso, nel giorno conclusivo di Armonia, l’importante rassegna dedicata delle discipline bio naturali, il volume verrà presentato agli operatori e al vasto pubblico della manifestazione da Antonello Calabrese, Presidente dell’Associazione Watsu Italia, con l’autrice Patrizia Sanvitale e con Giovanni Leanti La Rosa, direttore della Scuola Europea di Massaggio.

L’ultimo nato della collana editoriale “Mestieri d’Arte”, edita da Marsilio e curata dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, affronta un tema particolarmente affascinante e in modo del tutto inedito: l’arte della mano che cura, riabilita e dà benessere in molti, straordinari modi, raccontata da alcuni dei suoi più illustri protagonisti.

Trenta ritratti. Trenta interviste. Trenta maestri nell’arte del massaggio che, dialogando con Patrizia Sanvitale, giornalista e sociologa, raccontano le tecniche di un mestiere antico e quasi magico, forte di tradizioni arcaiche e di declinazioni nuovissime.

Attraverso i racconti coinvolgenti delle esperienze e dei saperi sviluppati nel corso degli anni, alcuni “guru” del benessere ci aiutano a ripercorrere le tappe di un’umanità perduta, di un rapporto di comunicazione e fiducia con gli allievi, i clienti e tutti coloro che attraverso il contatto ricercano aiuto e comprensione ma anche pazienza, tenacia, serietà nel lavoro, generosità, sincerità.

Le declinazioni più originali dei massaggi tradizionali si affiancano a discipline nuove o ancora assai poco conosciute: dalla fisioterapia alla chiropratica all’osteopatia; dallo shiatsu al reiki, dalla tecnica craniosacrale al linfodrenaggio al massaggio Bach e antistress; dal rolfing alla riflessologia al massaggio ayurvedico e ai trattamenti specificamente indirizzati ai bambini, come il massaggio tuina e quello bioenergetico. Senza dimenticare il massaggio estetico. E molte pratiche in cui il tocco si fa più magico e misterioso, connesso a riti e saperi ancestrali, come il massaggio thailandese e californiano, quello inca o berbero, bowtech e neuro-training… Fino al fuori tema della danceability, la danza del cuore.

Le fotografie di Laila Pozzo, architetto milanese e ritrattista raffinata, rendono ogni storia indimenticabile dando un volto ad ognuno di questi maestri e dischiudendone l’intensa umanità.

 

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L’inutilità degli oggetti e l’essenza della vita

Anna è una donna di 92 anni che vive a Trieste in una residenza per anziani. Ha visto la sua casa per l’ultima volta una sera d’inverno del 2004, quando è caduta rompendosi l’osso sacro. Dopo tre mesi di calvario, Anna viene accolta nella struttura in cui ancora si trova: ha con sé una piccola borsa con dentro una vestaglia, due camicie da notte, tre cambi di biancheria e un piccolo beautycase. La porta del suo appartamento si è chiusa dietro di lei per sempre. Addio al pianoforte, agli spartiti di musica, ai ninnoli, alle lenzuola con i pizzi, e addio anche ai manicaretti e al vino rosso che ama tanto. Le figlie le comperano un televisore nuovo, un cellulare, le portano un po’ di vestiti. Amici e allievi le riempiono la stanza di fiori, di piante e di libri. Dopo quasi sette anni, oggi, 2 giugno 2011, Anna possiede ancora pochissime cose e quelle che ha le sembrano troppe.

Annamaria è entrata in convento a 17 anni, rinunciando a ogni cosa. L’armadio della sua stanza contiene un cambio d’abito e di biancheria e sul comodino c’è il libro di meditazione e di preghiere. Annamaria vive felice, glielo si legge negli occhi.

Una sera, lo sguardo fisso alla solita giungla che il National Geographic Channel propone a getto continuo, un pensiero mi sfiora la mente: gli animali selvatici migrano senza valigia. La scoperta dell’acqua calda, come si dice, ma io non ci avevo mai fatto caso, almeno non in termini di rapidità negli spostamenti.

Anna, la mia mamma; Annamaria, la zia di mio marito, hanno in comune con tigri, rinoceronti e gru il senso di libertà che si prova a vivere leggeri. La relazione tra persone e animali può suonare blasfema, ma provo per loro una certa invidia. Arturo, il nostro pastore tedesco nato alle porte di San Diego, aveva portato con sé molti più oggetti quando si era trasferito insieme a noi a Milano: la gabbia con cui aveva viaggiato grande quanto un tavolo quadrato per quattro persone, la ciotola per l’acqua e il cibo (leggi salmone), tre guinzagli con i rispettivi collarini, una museruola d’ordinanza e medicine varie. Oltre, naturalmente, al passaporto, ai documenti di viaggio e agli attestati che lo dichiaravano esente da rabbia e altre malattie canine. By by California, ben arrivato in Italia.

Tutto questo mi è passato per la mente qualche giorno fa leggendo, di Dave Bruno, La sfida delle 100 cose. Come mi sono liberato di quasi tutto. Ho ricostruito la mia vita e mi sono riappropriato della mia anima – l’esperienza di un uomo che ha arricchito la sua vita semplificandola, riducendola cioè a 100 fatidici oggetti – (Tecniche Nuove, Milano, 2001, € 14,90). Dave è un californiano doc, nato a San Diego dove tuttora vive con la moglie, le tre figlie e il cane meticcio Piper. Ha un master in tema di religione e dei suoi risvolti nella vita americana, la passione per il surf, la bici e l’escursionismo, ed è cofondatore della casa editrice ChristianAudio specializzata in audiolibri.

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La mano che cura

Quello che c’è di più profondo

nell’essere umano è la pelle.

Paul Valéry

È fresco di stampa il mio nuovo libro, La mano che cura, scritto per la Fondazione Cologni dei mestieri d’arte e pubblicato da Marsilio Editori.

Dopo il successo a Palazzo Vecchio a Firenze il 7 maggio, sono previste altre due presentazioni:

– Domenica 5 giugno, ore 12, al Castello di Belgioioso (PV) nell’ambito di Armonia, con Antonello Calabrese, presidente di Watsu Italia e Giovanni Leanti La Rosa, medico, fondatore della Scuola Europea del Massaggio e ideatore del massaggio antistress.

– Martedì 7 giugno, alle 18,30, al Circolo della Stampa di Milano, su invito. Con Franco Cologni, presidente della Fondazione Cologni dei mestieri d’arte e ideatore del libro; Cesare De Michelis, presidente di Marsilio Editori; Giovanni Leanti La Rosa, medico e fondatore della Scuola Europea del Massaggio; Stefania Kudrat Floreani, naturopata, esperta nel massaggio Bach, insegnante di Kundalini Yoga, docente di Floriterapia e Sali di Schussler; Carlo Tetsugen Serra, maestro zen, fondatore del monastero zen Il Cerchio e della scuola di zen Shiatsu.

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Ribellione come via per la bellezza. Pensiero pasquale

aprile 23rd, 2011 | No Comments | Posted in Libri, Ricette

«Con l’autonomia, con la responsabilità, con la capacità di ricordare il passato e raccontarlo, con l’arte e il coraggio di leggere e raccontare le storie, possiamo cambiare il mondo, immaginare – cercare – di rifarlo come dovrebbe essere. Per riuscirci, dobbiamo mantenere viva la capacità di ribellarci al mondo “as iti is”, così com’è. Avere il coraggio di essere rivoluzionari, di dire no».

«La ribellione è il contrario dell’obbedienza ottusa, a ogni costo, della rassegnazione all’ingiustizia, all’iniquità, allo squallore. È capacità di esercitare il ripudio – dell’ingiustizia, dell’iniquità, dello squallore – che è sancito anche dalla Costituzione. Ribellione è responsabilità, autonomia, affrancamento. È rimedio contro la bruttezza, l’umiliazione, la perdita di dignità».

«La ribellione è la via per la bellezza».

Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli, € 13

Il passo trascritto è a pg. 102

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Libri, libri e ancora libri

Nelle ultime settimane ho letto un po’ di libri. Il primo, The Opus. La visione. Realizza i tuoi sogni! Diventa l’artista della tua vita, di Douglas Vermeeren (edizioni Tea), vuol essere una” fiaba moderna che ispira e illumina”. Ma più che una fiaba, è un polpettone trito e ritrito in cui l’autore scrive frasi come questa di pagina 17: «Il vostro Opus è diventare la migliore, la più grande, la più incredibile, doviziosa e straordinaria persona sia possibile diventare». O come quella che riporta a pagina 30, della sua amica Tami Walsh : «Siate voi stessi. Non conformatevi, non trasformatevi, trovate i vostri doni naturali. Li avete. Ne avete moltissimi. Andate avanti con quelli». Insomma, niente di nuovo sotto il sole. La storia, poi, non ha né capo né coda e racconta dell’incontro tra Vincenzo, un bambino, e un vecchio musicista che gli insegna a suonare il violino e lo aiuta a diventare uno dei musicisti più apprezzati al mondo. L’idea in sé sarebbe bella, ma è evidente il desiderio di scrivere un libro in fretta e furia sull’onda del primo successo. Già, perché Vermeeren è l’autore di The Opus – libro e documentario omonimo – un bestseller da milioni di copie.

Un altro libro, sempre edito da Tea, l’ho letto in treno e si chiama Un giorno uno sconosciuto mi diede una chiave, di Andrea Black, e sono arrivata in fondo soltanto perché ero su uno di quei Frecciabianca che attraversano l’Italia da ovest a est, tra compagni di scompartimento maleducati con un cellulare per orecchio, e l’omino che passa su e giù con il carrellino delle bibite, peccato che questa volta non l’avevano rifornito di acqua calda e quindi non poteva vendere nemmeno un misero tè. Andrea Black racconta la vicenda scialba di Leah, avvicinata da uno sconosciuto che, dopo averle consegnato una chiave, scompare tra la folla anonima. Ma Leah non è la sola ad aver ricevuto una chiave in regalo. Un anonimo bla, bla, bla.

Ma sulla insipida torta editoriale a due strati scopro la ciliegina rossa e fresca di Penney Peirce, sempre di Tea: Frequency. Il potere delle vibrazioni personali. Come usare l’energia per trasformare la nostra vita. Prefazione di Michael Bernard Beckwith. Traduzione di Bruno Amato. Un gran bel libro di 377 pagine pieno di esempi e con tanto di glossario che merita non solo una lettura, ma una rilettura attenta, poi uno studio approfondito anche perché offre, a ogni fine capitolo, la possibilità di esercitarsi sui temi trattati nelle pagine precedenti. È uno di quei libri che ha già trovato posto sul mio comodino, ormai famoso e ingombro, di cui ho già parlato altre volte nel mio sito. Un bel volumotto, di quelli che basterebbe leggere solo questo per capire tutto della vita, e a soli dieci euro. La Peirce parte dall’idea che l’umanità stia lasciandosi alle spalle l’era dell’informazione e stia entrando in quella dell’intuizione e che per sviluppare il nostro potenziale intuitivo è necessario utilizzare i princìpi della frequenza che regola l’energia e la consapevolezza. Tutto ciò che ci circonda è vibrazione e tutti noi possediamo una nostra personale frequenza vibrazionale. Il manuale insegna a individuarla e a metterci in sintonia con noi stessi e il mondo che ci circonda. Un libro che consiglio caldamente a tutti di leggere.

C’è poi Meditazioni per donne sempre di corsa di Anna Talò, pubblicato da Corbaccio, uno di quelli che porteresti volentieri, al posto di una bottiglia di vino, alla tua migliore amica che ti ha invitato a cena (€ 12,90, ma non vale naturalmente la lettura di un saggio del livello di Frequency, anche se la copertina cartonata e la sopracoperta colorata e divertente vi faranno fare bella figura). La Talò – giornalista, consulente editoriale, traduttrice (ha già pubblicato Le vere signore non parlano mai di soldi ) scrive con gusto e ironia di argomenti di solito pesanti e seriosi e offre molti spunti interessanti. Ottimo, agile, divertente e soprattutto utile, visto che racchiude 25 meditazioni per prendere fiato e ritrovare la serenità quando si è in macchina ferme a un semaforo, ci si fa la doccia o si stira.

Lascio per ultimo Il cambiamento. Dall’ambizione di avere alla consapevolezza di essere (Corbaccio, € 12,90), dell’amato Wayne W. Dyer, psicoterapeuta prima che scrittore e conferenziere di successo. Di Dyer, Corbaccio ha pubblicato Il tuo sacro io, Come fare miracoli, Credere per vedere, Inventarsi la vita, Dieci segreti per il successo e l’armonia, La voce dell’ispirazione (disponibili anche dall’editore Tea). Poi In armonia, La saggezza di ogni giorno, Che cosa volete davvero per i vostri figli?, C’è una soluzione spirituale per ogni problema, Il potere dell’intenzione, La saggezza del Tao, Niente scuse!.

Un assaggio di quanto scrive Dyer? «Sono tre i segnali che indicano la corretta via: fiducia in se stessi, fiducia negli altri e fiducia nella Sorgente dell’essere». E cita Lao Tzu in Tao Te Ching (pgg. 144-45):

“Voi credete di poter governare

l’univero e migliorarlo?

Io non credo che ciò sia possibile.

Ogni cosa (e ogni persona) sotto il cielo

è un vaso sacro e non può essere controllato.

Cercare di controllarlo porta alla rovina.

Cercare di afferrarlo è perso”.

Dimenticavo, il capitolo primo comincia con una citazione poetica tratta da Il profeta di Kahlil Gibran:

“Il vostro corpo è l’arpa dell’anima

e sta a voi trarne dolce musica

oppure suoni confusi …”

Che altro dire? Tra le due citazioni che ho riportato, c’è un libro tutto da leggere, un mondo di spiritualità  scritto in punta di penna.

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Burakumin, Ainu e altri sconosciuti

marzo 1st, 2011 | No Comments | Posted in diseredati Giappone, Libri, Storie Giappone

È da poco uscito un delizioso libretto: Una lettura orientale del dialogo. Il caso Giappone di Tiziano Tosolini, missionario saveriano a Osaka, Pazzini Editore, nella collana Frontiere, diretta da Marco Dal Corso, prefazione di Luigi Menegazzo, vicario generale dei missionari saveriani.

Il libro non delude mai: l’idea interessante comincia in copertina e finisce a pagina 228 – l’ultima. Già, perché lo strillo è  una dichiarazione d’intenti che non viene smentita né sminuita dagli scritti di Tosolini. Recita: «Il mondo è fatto di opposti: positivo e negativo, bene e male, caldo e freddo, tradizione e modernità, guerra e pace, uomo e donna, forma e materia. Una cosa nasce dall’altra, una ha bisogno dell’altra. Una condizione di equilibrio ha necessità della compresenza degli opposti». Teoria rafforzata dalla presentazione nella primissima pagina, prima della prefazione: «Le frontiere come regioni in cui il controllo del territorio si fa più difficile e impegnativo; le frontiere come aree ribelli alle regole stabilite, spazi dove riscrivere i codici e le norme di relazione tra le persone; le frontiere come terre del futuro dove ridire l’identità, praticare l’ospitalità, vivere il meticciato culturale e religioso. Abitare le frontiere per spingere il pensiero a dire l’inedito». E sì, questo di Tiziano Tosolini è un serio e importante contributo al dialogo interculturale e interreligioso che tutti dovremmo leggere: un massaggio alle cellule che apre la mente, uno Yoga delle cellule, avrebbe detto Mère. Perché prima di essere un missionario, Tosolini è un uomo tanto colto quanto umile, un ricercatore della Verità attraverso il dialogo, uno che si interroga e si lascia porre domande, che condivide con gioia e con altrettante gioia accoglie. Una perla rara, in particolare in questi tempi uggiosi.

Il quarto capitolo del libro, quello più laico, ha particolarmente soddisfatto la mia curiosità, anche storica e antropologica. Si intitola Gli invisibili «Altri». Minoranze in Giappone. Racconta dei Burakumin, degli Ainu, degli abitanti di Okinawa, dei soprusi che hanno ricevuto nel corso dei secoli e della loro situazione attuale, dei loro non-rapporti con lo Shintoismo e il Buddhismo, le religioni tradizionali che li vogliono dimenticati, come diremmo noi, “da Dio e dagli uomini”.

Gerarchia sociale nel periodo Edo in Giappone, immagine scaricata dal web

I Burakumin nell’antico Giappone, immagine sacricata dal web

«Di tutti i gruppi “altri” presenti in Giappone, quello dei burakumin è senz’altro il meno appariscente e forse proprio per questo il più singolare. Scienziati e studiosi hanno cercato in ogni modo e con ogni mezzo (analisi cliniche, esami minuziosi del DNA, studi fisiognomici) di provare come i burakumin non appartengano affatto all’etnia giapponese, ma discendano piuttosto dai coreani, dalle popolazioni aborigene del nord, o addirittura da una delle perdute tribù di Israele. Tutti questi studi pseudo-scientifici che trasbordano facilmente mel ridicolo (…), non hanno portato ad alcun risultato concreto. I burakumin continuano, nella loro invisibilità, a condividere il bagaglio genetico del popolo giapponese» (pg. 156)

Tosolini punta poi il dito sull’ostracismo religioso che i burakumin subirono anticamente, considerati “impuri” dallo Shintoismo ufficiale a causa dei lavori umili che erano costretti a fare (spesso erano macellai). Agli inzi del XVIII secolo, a Tokyo e a Kyoto, «la condizione di impurità viene estesa fino a incorporare non solo un particolare individuo o la sua condizione sociale, ma il nome stesso della famiglia, che ora diventava “ereditariamente” impura» (pg. 207). Come se non bastsse, ci si mise pure il Buddhismo, che considerò impuri i loro templi – tanto più  che il primo dei precetti di questa dottrina proibisce di togliere la vita a qualsiasi essere vivente. Solo due Scuole buddhiste minori accolsero i burakumin, così  che ancora oggi la maggior parte di loro dichiara di appartenere a una di queste.

Ma il capitolo sugli “Altri” in Giappone non si ferma qui. A proposito degli ainu, a pagina 176 e 177 Tosolini dice: «I documenti descrivono gli Ainu come cacciatori, raccoglitori di frutti e pescatori di salmone (…) Lo stile di vita degli Ainu era caratterizzato da un ricco e mistico rapporto con la terra e con i fenomeni del mondo naturale. Il rito religioso più importante era quello dell’invio (…) dell’orso (animale-simbolo dell’identità Ainu) nella foresta, regno delle divinità. La preparazione e la conduzione delle cerimonie erano affidate agli uomini, mentre le donne esercitavano l’importante ruolo di shamane». E nella nota sempre a pagina 177, si legge: «Secondo la mitologia Ainu, la divinità Kamui creò il mondo come un grande oceano adagiato su di un’enorme trota. Le maree sarebbero il respiro di questo pesce che di volta in volta succhia ed espelle l’acqua marina, mentre i terremoti sarebbero causati dal suo movimento (…)». La conclusione, a pagina 189, è amara: «Ormai sembra tramontato il tempo nel quale gli Ainu si raccontavano con orgoglio, e nella loro lingua madre, una delle loro più care e antiche yokar upopo, (leggende), (…) quella che cantilenava antichi versi iniziando con le parole: “Gli Ainu vivevano in questo posto centomila anni prima che giungessero i figli del sole …”».

Ainu, immagine scaricata dal web

La sorte peggiore tra i diseredati l’hanno avuta forse Okinawa – un’isola di 2.275,91 chilometri quadrati, la stessa di Tokyo – e i suoi abitanti, “contesi” tra Giappone e Stati Uniti, che quasi rischiarono di finire “apolidi”, contesi com’erano tra i due Paesi. Tragedie di guerra. Quell’Okinawa che pagò un prezzo altissimo durante la Seconda Guerra Mondiale. Almeno 120 mila civili morti tra la popolazione locale nella tristemente famosa omonima battaglia che si svolse tra il 1 aprile e il 21 giugno 1945, nome in codice Operazione Iceberg, poi soprannominata dagli Alleati Tifone d’acciaio e in giapponese Pioggia d’acciaio o Impetuoso Vento d’acciaio, definizioni che rendono bene l’idea di quante bombe e pallottole siano state dirette sull’isola durante l’operazione anfibia.

Dopo averne ricostruito la storia con magistrale semplicità e chiarezza, Tosolini conclude a pagina 204: «Okinawa, sempre più conscia della sua identità, sempre più orgogliosa nel sottolineare le proprie differenze rispetto al resto dei giapponesi, sempre più intransigente nel reclamare il territorio che le appartiene, sembra (…) avere più possibilità di altri (soprattutto degli Ainu) di riuscire a mantenere e custodire la propria specificità culturale intrattenendo allo stesso tempo con il governo di Tokyo un dialogo costruttivo e paritario. Se questo avverrà, Okinawa (…) potrà davvero sentirsi fiera di aver resistito con tutte le sue forze a quell’integrazione culturale e sociale che nella regione erano state imposte da due delle più influenti potenze del mondo: quella americana e quella giapponese».

A chiudere il capitolo sugli “Altri”, Tosolini osserva che a parte «l’impegno delle varie Chiese cristiane in sostegno delle minoranze giapponesi», (…) – apprezzabile ma non così rilevante – “solo” «nel 1984 viene (…) fondato il Comitato cattolico per i problemi dei burakumin». Che ringraziano, naturalmente, per il riconoscimento.

Tiziano Tosolini, una vecchia conoscenza dei lettori di questo sito, è missionario saveriano. Nato a Tricesimo, in provincia di Udine, dopo gli studi di teologia e pedagogia a Parma, Tosolini ha conseguito il dottorato in Filosofia all’Università di Glasgow nel 1998. Da più di dieci anni vive in Giappone, dove dirige il Centro Studi Asiatico a Osaka e collabora come ricercatore part-time con il Nanzan Institute for Religion and Culture di Nagoya. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Dire Dio al tramonto. Per una teologia della missione nel postmoderno, Emi, Bologna, 1999; Interno giapponese. Tracce di un dialogo tra Oriente e Occidente, Emi, Bologna, 2009.

 

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Ku Nye, massaggio tradizionale tibetano. Quarta parte

Quando, uno degli ultimi giorni di dicembre del 2010, ho incontrato Daniela Crucitti, uno dei massimi esperti in Italia del massaggio tibetano Ku Nye, le ho chiesto di parlarmi del dottor Nida Chenagtsang – di cui da anni è allieva – il direttore dell’Accademia internazionale per la medicina tibetana (IATTM) e il co-fondatore dell’Istituto internazionale Ngak-Mang (NMI) che ha come obiettivo la conservazione e la diffusione della cultura ngakpa di Rebkong nella società tibetana contemporanea.

Monastero a Rebkong. Immagine scaricata dal web.

Il dottor Nida è un rifugiato politico?

«No, è un tibetano doc con passaporto cinese, nato ad Amdo, oggi Cina – un tempo territorio tibetano. È giovane, ha 39 anni, appartiene a una famiglia ngakpagli antichi yogi dai capelli lunghi e i vestiti bianchi, sciamani chiamati anche “uomini della pioggia”. Dottor Nida, il padre, i fratelli, sono tutti molto legati a questa tradizione».

Dottor Nida Chenagtsang, immagine sacricata dal web.

Chi l’ha iniziata?

«Padmasambhava – conosciuto nel Paese delle nevi perenni come Guru Rimpoche e considerato l’essenza del Buddha Amitabha – lo yogi, il mago mistico che ha portato là il Buddhismo nell’VIII secolo».

Padmasambhava, immagine scaricata dal web

Anche dottor Nida è un mistico?

«Certo, e pure uno sciamano, come il resto della famiglia. Fa divinazioni, interpreta i sogni, pratica e insegna lo Yoga del sogno e molti altri “lavori sottili” che si capisce rientrano in una tradizione antichissima e che ora che l’abbracci tutta, c’è da “viaggiare” per vite e vite».

Lei sente di far parte della famiglia dei ngakpa?

«Diciamo che i ngakpa sono la madre dell’ATTM, dell’Accademia di medicina tradizionale tibetana. Sicuramente dottor Nida lo è, anzi lui è prima di tutto un ngakpa e poi un medico, come del resto Youthok Yongen, il fondatore della medicina tibetana, che era prima uno sciamano, un mistico e poi un dottore».

Youthok Yongen, immagine scaricata dal web

«a proposito di dottori, una volta, in Tibet, ogni medico aveva la propria scuola, le proprie ricette, i propri segreti. Il merito del dottor Nida sta nell’aver riunito tutti questi manuali sparsi in un corpo unico, di aver raccolto i vari metodi un tempo utilizzati, per esempio, per riequilibrare i chakra, o le tecniche della moxa, antichissime, e quelle del massaggio Ku Nye all’energia protettiva, che corrisponde un po’ al nostro sistema immunitario. Metodi di guarigione che il dottor Nida ha catalogato e strutturato in un libro uscito in Tibet nel 1991. Un testo di studio che è considerato una pietra miliare nella medicina tradizionale tibetana, consultato e apprezzato anche in Occidente perché questa forma di medicina così semplice, così naturale e olistica – che considera l’essere umano nel suo insieme – è quello che manca alla nostra medicina ufficiale».

Ngakpa è un ordine monastico?

«È una tradizione culturale e spirituale laica – gli appartenenti sono praticanti laici del Buddhismo tibetano e in particolare del Buddhismo tantrico, chiamato appunto “lignaggio della tradizione ngakpa” – fondata e creata da Padmasambhava per offrire un’educazione spirituale anche a chi non era monaco. Oggi, in Tibet, ne saranno rimasti quattro, cinquemila, molti meno di un tempo. Sono di supporto alla comunità, fanno divinazioni, curano con il Ku Nye – il massaggio – con lo Yoga, le erbe, le spezie e con pratiche tantriche molto antiche. Trovo molto interessante questa spiritualità laica, tanto più che non discrimina la donna, la quale può raggiungere anche lei  la più alta realizzazione, che non è solo, come nelle altre tradizioni, appannaggio dell’uomo».

Qual è il ruolo del dottor Nida nella comunità dei ngakpa, oggi che vive tra l’Europa, gli Stati Uniti e l’Australia?

«Nel 2005 è stato riconosciuto come il loro sovrano, perché pare sia l’ultima incarnazione di un re vissuto 150 anni fa. Conferimento che gli ha messo la vita a soqquadro. All’improvviso si è visto cercato da tutti questi yogi, questi Sangha bianchi, e lui cerca di non farsi trovare, mi verrebbe da dire che fugge da loro come fosse una lepre. Anche perché sono 12 anni che insegna la medicina tradizionale tibetana in tutto il mondo – dalla Russia all’Australia – nel 2009 ha pure tenuto una conferenza a Losanna, in Svizzera, alla presenza del Dalai Lama, che ha molto apprezzato il suo lavoro di diffusione della cultura e della medicina tradizionali tibetane».

Dottor Nida Chenagtsang con altri ngakpa, immagine scaricata dal web.

Per informazioni sui corsi di Ku Nye che iniziano il gennaio a Milano il 22 gennaio 2010:

dancrucitti@iattm.net

centromilano@mindproject.com

Segreteria Mindfulness Project: 346 846 1065

Letture sulla cultura del Tibet: Ian Baker, Dietro le cascate. Tibet alla scoperta dell’ultimo luogo sacro. Introduzione del Dalai Lama, traduzione di Marcella Dellatorre, Corbaccio, 2006.

Gli articoli precedenti sul Ku Nye e la medicina tradizionale tibetana sono stati pubblicati il 7/1/2011, il 3/1/2011, 10/12/2010.

 

 

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