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Cento sfumature di blu

gennaio 24th, 2015 | No Comments | Posted in Arte, Design

Nel 1957 avevo sei anni e un maglioncino blu scuro che mamma aveva sferruzzato nelle sere d’agosto: doveva essere pronto per il primo d’ottobre, il mio primo giorno di scuola. Al tempo non c’erano tante sfumature di blu, almeno non nei bagni delle matasse di lana che si comperavano da Canetta, né si dava molta importanza alla forma. I fianchi non erano sagomati, il collo era esattamente “girocollo” e strangolava un po’, ma non ci si lamentava. Mi adeguai anch’io, che il blu lo detestavo nel profondo del cuore. Con quel viso pallido e smunto, mi rendeva più emaciata di quel che ero e le occhiaie diventavano violacee. Le braccia, già lunghe, sembravano ancora più lunghe sotto quelle maniche abbondanti e con il polsino alto a diritto e rovescio. Nonostante l’impegno, mi ci è voluto un bel po’ a rendere lisi i gomiti della maglia, che in ogni caso sono stati rammendati con l’avanzo di lana, cosa che rendeva il maglioncino purtroppo ancora fruibile sotto il grembiule di scuola. Il blu continuò a perseguitarmi anche perché l’alternativa erano una gonnellina grigio piombo accompagnata dal gemelli nocciola: non c’era di che stare allegri. Tanto più che nel 1957, a sei anni, bambinetta sulla frontiera orientale d’Italia, non conoscevo Yves Klein e il suo “blu Klein”, che più saturo non si può, cosa che mi avrebbe cambiato la vita nei giorni di bora scura. Non blu cielo e blu mare insieme, ma molto, molto di più, anche perché, già allora, l’Adriatico settentrionale era color grigio topo e quando c’era la burrasca i topi ci galleggiavano per davvero. L’azzurro del cielo era per l’appunto azzurro e il colore della notte non mi è mai piaciuto, certo non era, né è, blu, o almeno non quel blu Klein. A 17 anni, però, mi sono scapricciata – e accontentata – di una camicia in seta di Galtrucco color blu Cina: il massimo della sfrontatezza per una sessantottina per bene e quanto il mercato di provincia offriva di più vicino al mio colore preferito, quel blu degli affreschi di Giotto, ma molto più denso e opaco. Ma ancora non era Klein, quel Klein, né avrebbe potuto esserlo visto che la sua sfumatura il pittore francese se l’era brevettata.

Antropomorfie di Yves Klein (1960)

Tutto questo per dire che sono stata a vedere la mostra che il Museo del Novecento di Milano dedica a Klein (Nizza, 28 aprile 1928 – Parigi, 6 giugno 1962) e a Fontana (Rosario, 19 febbraio 1899 – Comabbio, 7 settembre 1968), Milano-Parigi, 1957-1962 (fino al 15 marzo 2015). Mostra che, se fosse ben organizzata, varrebbe sicuramente una visita. Anche perché ospita opere pregevoli di entrambi gli artisti. Solo la distesa di Pigment pur, una mare finto e infinito, una piscina blu-viola che sa di lavanda della Provenza, per l’appunto di pigmento puro, che quasi deborda dalla vetrata del Palazzo e che guarda la Galleria, sovrastata dalla Struttura al neon di Lucio Fontana (1951) merita, come dicevamo, una gita. Così come i Monocromi, le Antropometrie, il Calco della Nike di Samotracia dipinta di blu e molto altro, che però si trovano al pianterreno e le cui didascalie sono raggruppate in fondo alla sala, e pure in basso, e che ti fanno uscire un po’ arrabbiata e con un grande punto interrogativo sulla fronte. Che mi sia persa qualcosa?

Calco della Nike di Samotracia in Blu, Yves Klein.

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Finn Sködt e Kvadrat, 30 anni di Jutland a Milano

maggio 5th, 2014 | No Comments | Posted in Arte, Design

Il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde.

Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, 1910

Kvadrat, con la mostra Divina, Every Color is Divine è sbarcata a Milano in occasione del Salone Internazionale del Mobile (8-13 aprile 2014). E non solo per pochi giorni, ma per rimanerci. L’azienda tessile danese ha infatti inaugurato – oltre alla mostra che si è tenuta all’Arcade di via San Gregorio 43, una delle sedi del Fuorisalone – due showroom nei cortili di Corso Monforte 15: il primo, dedicato ai tessuti di design di alta qualità, di cui l’industria è leader in Europa fin dal 1968, l’altro ai tendaggi di un gusto estetico particolarmente lineare e contemporaneo. Tessuti che sono diventati parte integrante di alcune delle più spettacolari opere di architettura e dei più visionari arredamenti; in una parola, della cultura del design. Le barriere del vecchio modo di immaginare un qualunque divano sono cadute per sempre. Grazie alla lungimiranza dei Rasmussen e dei Byriel – le due famiglie che nel corso del tempo si sono succedute alla guida dell’azienda di Ebeltoft, nello Jutland – ma anche alla collaborazione dell’artista-designer Finn Sködt che risale agli anni Ottanta e, più recentemente, alla partecipazione entusiasta dei 22 artisti invitati a reinterpretare la collezione di tessuti da lui ideata.

Finn Sködt

Spirito e sembianze nordiche, innamorato dell’Italia e del suo Rinascimento, Finn Sködt è un artista che Milano ha già imparato ad apprezzare quando, esattamente 30 anni fa, nel 1984, la Galleria L’Affiche aveva presentato alcuni suoi quadri – anche allora, guarda caso, proprio in concomitanza del Salone del Mobile. Il suo talento e la sua creatività non conoscono momenti di declino. Ha decorato un grattacielo a Denver, in Colorado, un ponte nella sua Danimarca, ha disegnato manifesti che fanno ora parte della collezione del Moma (Museum of Modern Art di New York), si è sbizzarrito con i simboli grafici ispirati ai nativi americani Arapaho – siamo, non dimentichiamolo, nell’era Memphis del mago del colore Ettore Sottsass ­– ha creato oggetti di tendenza. Come il lavabo Euclide (1984), una scultura a imbuto in acciaio dove sciacquarsi le mani è un’esperienza esilarante, che fa spesso bella mostra di sé nei bagni dei locali alla moda anche d’oltre oceano. Non gli è riuscito, invece, farsi produrre la “sedia senza seduta” che aveva proposto a Cassina.

Finn Sködt nel suo studio

La passione di Sködt rimane, però, il colore. Quello saturo, a olio, e il guazzo, opaco e luminoso a un tempo. E del colore ha sviscerato, in dettaglio, ogni teoria: da Newton a Goethe a Kandinsky passando attraverso la “luce divina” di Leonardo e il rosso della veste di Dante Alighieri in alcuni celebri ritratti. Per poi ritornare alla sua idea primigenia, legata alla terra, in senso geologico, al mare e ai suoi colori, ai fenomeni naturali in generale. «Da dove viene il bellissimo blu ultramarino (…) che si vede nei dipinti delle chiese rinascimentali? (…) Viene principalmente dall’Afganistan e dalla Cina – e un po’ anche dalla Spagna. È molto difficile estrarne il pigmento perché si trova in una pietra semipreziosa, il lapislazzulo, e c’è un grande scarto, così che la parte buona che rimane può essere più costosa dell’oro». A chi, poi, gli chiede se i colori lui li trovi o se li inventi, l’artista risponde: «Nessuno inventa i colori. Tutti i colori sono là. I colori esistono come pigmenti e nel corso degli anni abbiamo cercato nuovi e migliori pigmenti. (…) Pensi all’arcobaleno. L’arcobaleno non è una cosa piatta, va dall’infrarosso all’ultravioletto».

Finn Sködt. Oscillazione

Rapito da tutte le sfumature della natura, Sködt crede che i vari Pantone possano essere molto utili, «ma non risolvono tutti i problemi, hanno alcuni ottimi colori secondari e terziari, ma non puoi cominciare mischiando fra loro tre o nove colori (…). Nella vita reale, scavi i colori dalla terra, tanto per dire, non da un libro». Con questa idea in mente, crea le sue tinte su base geologica e geografica: Terra Verde di Verona, Giallo Napoli, Rosso Cinabro. E le riporta sui tessuti, creando la particolare personalità di Kvadrat. La collezione Divina si presenta dunque come una tavolozza di colori che non potrebbero essere più vividi di così, che riempiono i volumi con la loro pregnante densità – tenuto presente lo spessore e la pesantezza del tessuto cento-per-cento lana resistente all’acqua e al fuoco – una sorta di feltro da lui ideato e che tanto sarebbe piaciuto a Joseph Beuys.

«Non abbiamo scelto il nome Divina per nulla – dice Sködt – ma perché ci ha ispirato quali colori potevamo inserire nella palette. Se lo chiedete a me, ogni colore è divino, ogni colore è bello. È solo questione di usarlo in modo giusto o sbagliato».

Sono stati Constance Rubini, Hans Maier-Aichen, Njusja de Gier, Richard Hau e Yves Marbrier, curatori della mostra itinerante, a selezionare i 22 designer e a offrire loro la possibilità di sperimentare liberamente con il tessuto. Le opere esposte sono di Lindsey Adelman, Werner Aisslinger, Anton Alvarez, Big-Game, Duangrit Bunnag, Gonçalo Campos, François Dumas, Martino Gamper, Graphic Thought Facility, Richard Hutten, Silvia Knuppel, Max Lamb, Peter Marigold, Jonas’ Design, Studio Minale-Maeda, Philippe Nigro, Klemens Schillinger, Müller van Severen, Jerszy Seymour, Robert Stadler, Katharina Wahl, Bethan Laura Wood. Eccone alcune.

Per informazioni: Michela Bado miba@kvadrat.org +45 4099 8525