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Genio e sregolatezza di un “vero americano” in mostra a Palazzo Reale a Milano

febbraio 14th, 2014 Posted in Arte

Jackson Pollock e la moglie Lee Krasner

Ultimi tre giorni della mostra Pollock e gli Irascibili a Palazzo Reale a Milano (chiude i battenti domenica 16 febbraio). Per l’occasione sono state previste tre aperture straordinarie fino alle ore 24:00 (venerdi 14, sabato 15 e domenica 16): i biglietti sono acquistabili solo presso la biglietteria, che chiude alle 23:00.

La mostra è il racconto di come la nuova estetica dell’arte moderna si sia formata, alla fine degli anni Quaranta, con la cosiddetta “Scuola di New York”: il primo movimento autenticamente americano che modificò la geopolitica dell’arte, sottraendo a Parigi il ruolo di capitale artistica per eccellenza, coniugando le influenze dell’Astrattismo e del Surrealismo con l’esperienza del Muralismo messicano e dell’arte dei nativi americani. Il racconto dell’esposizione si snoda attraverso le opere di 18 dei suoi maggiori esponenti, ma soprattutto attraverso il percorso artistico del suo autore di punta, Jackson Pollock.

Jackson Pollock, Number 27, 1950. Olio, smalto e pittura di alluminio su tela, 124,6 x 269,4 cm. © Jackson Pollock by SIAE 2013. © Whitney Museum of American Art.

Il pittore e scultore Budd Hopkins così descriveva Pollock: “Se cercate di immaginarlo pensate a un vero americano, non a un europeo trapiantato. Con le virtù virili del maschio americano: un duro, di poche parole e se cowboy ancora meglio. Certamente non uno dell’Est o uno che abbia studiato a Harvard. Senza influssi europei, ma con influssi di qui, messicani, indiano-americani e cosi via. Uno uscito dalle nostre terre, non da Picasso o Matisse, uno a cui sia concesso il gran vizio americano, il vizio di Hemingway, quello di bere”. E il gran vizio americano sarà poi anche quello che lo perderà: morirà infatti all’età di 44 anni, dopo aver lottato con l’alcool per tutta la vita, in un incidente stradale causato proprio dal suo stato di ebbrezza. Era l’11 agosto 1956.

Jackson Pollock, Number 17, 1950 / “Fireworks”, (1950). Olio, smalto, vernice di alluminio al bordo, 56,8 x 56,5 cm. © Jackson Pollock by SIAE 2013. © Whitney Museum of American Art.

Colpisce, soprattutto, il Pollock personaggio, scrive nel catalogo Luca Beatrice, curatore della mostra, «non si sa quanto suo malgrado o quanto invece abilmente costruito sullo stereotipo “genio e sregolatezza”, che farà da apripista a diversi divi irregolari di Hollywood e, soprattutto, alle rockstar maledette di fine anni Sessanta. In effetti la grande popolarità del pittore, nato a Cody in Wyoming nel 1912, ha origini mediatiche, se si pensa che senza le fotografie e il breve film – diretto da Hans Namuth nel 1950 all’interno del suo studio a Springs, Long Island, dove Pollock si rifugiava per lavorare fuori dal caos di Manhattan – il messaggio non sarebbe mai arrivato in modo cosi diretto ed esplicito e di conseguenza neppure la sua fama».

“Quando Namuth, dunque, entra nello studio di Pollock, capisce che il nodo cruciale è l’artista, non l’opera […] Il fotografo avverte che il bello sta proprio nel guardarlo lavorare, Pollock. Invadere il suo spazio e carpirne la gestualità come se, per una volta, pittore e opera si fondessero in una cosa sola. Protagonista di questo breve film non è il quadro finito ma la ritualità dell’esecuzione”. Ecco il famoso film:

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