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Capodanno, ostriche e Casanova

dicembre 31st, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Raffinata e gustosa, l’ostrica è il modo migliore per concludere degnamente la fine dell’anno sia che si scelga di organizzare un grande party sia che si opti per una cenetta intima e romantica. La leggenda che le ostriche siano afrodisiache è in relazione all’alto contenuto di vitamine del gruppo B e ai sali minerali, in particolare lo zinco. A questo proposito si narra che Giacomo Casanova – famoso per le sue avventure galanti – fosse un estimatore di ostriche e che iniziasse la giornata mangiandone 50 a colazione. I molluschi si servono crudi in piatti da 12 dopo averne pulito il guscio ma senza sciacquarli.

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La pietra filosofale

dicembre 30th, 2009 | No Comments | Posted in Spiritualità

«Vinto dalle tue insistenti preghiere, carissimo fratello, mi propongo di descriverti in questo breve trattato sull’arte nostra diviso in otto capitoli, crete regole di operazioni semplici ed efficaci e di parlarti delle vere e autentiche tinture.»

«Avendo pace con Dio, tieni sempre fisso in mente il fine della tua opera; tieni per certo che, se avrai costantemente presenti queste regole che a me furono date da Alberto Magno, non dovrai andare in cerca di re e potenti, ma invece i re e i potenti ti onoreranno. Tu sarai stimato da tutti, servendo con questa arte i re e i prelati, giacchè non solamente tu potrai aiutare costoro, ma anche tutti gli indigenti, e quanto si è ricevuto gratuitamente, non deve essere dato per nessun prezzo in eterno.»

«Queste regole siano dunque inviolabilmente custodite e sigillate nel tuo cuore; Infatti nell’altro mio libro destinato al volgo ho parlato filosoficamente, ma a te ho scritto più apertamente, come a un figlio discretissimo, confidando nel tuo silenzio».

Tommaso d’Aquino, L’alchimia ovvero Trattato della pietra filosofale. Cura e traduzione di Paolo Cortesi. Edizione integrale con testo latino a fronte. Il brano è parte del capitolo: Trattato sull’arte alchemica di Tommaso d’Aquino dato a frate Reginaldo, pg. 57.

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Vischio, o la scopa del fulmine

dicembre 29th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Il vischio – pianta ritenuta magica e curativa che non affonda le radici nella terra ma vive sulla corteccia di alcuni alberi – è uno dei simboli del solstizio d’inverno. Per queste sue caratteristiche, in passato, i popoli del Nord Europa ribattezzarono il vischio “scopa del fulmine”, in quanto credevano che nascesse dall’impatto tra un fulmine e il tronco di un albero.

Secondo la leggenda, la scintilla che ne scaturisce sarebbe un’emanazione divina e il suo significato intrinseco è strettamente legato al concetto alchemico di Oro filosofale, tanto più che il ramo di vischio assume una bella colorazione dorata qualche mese dopo essere stato tagliato. Questa è la ragione per cui, ancora oggi, si regala il vischio a Natale.

Prima della nascita di Gesù, la pianta era associata a Venere, dea dell’amore, ed è a lei che si rifà l’usanza di baciarsi sotto il vischio.

Con l’avvento della religione cristiana, il concetto di amore tra due persone fu esteso all’umanità intera.

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Melagrana

dicembre 28th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Natale, Storie di cucina

L’albero del melograno – Punica granatum – cresceva originariamente nel Punjab, in India, e nei territori  che si estendono a sud del Caucaso, da dove si è diffuso in Asia Minore e poi nel bacino del Mediterraneo.

La pianta è da sempre considerata simbolo di fecondità, femminilità e prosperità. Nel libro dell’Esodo, Dio ordina ad Aronne, fratello maggiore di Mosé, di far ricamare sul bordo della sua veste sacerdotale “melegrane di porpora viola, di porpora rossa e di scarlatto” in segno di sacralità. E re Salomone fece scolpire melegrane sui capitelli delle colonne del suo palazzo, assurgendo questi frutti a coroncina, anche a simbolo di regalità.

Nell’iconografia medioevale e rinascimentale la melagrana aperta è simbolo di amore. Nella Madonna della melagrana dipinta dal pittore fiorentino Sandro Botticelli (1445-1510), il frutto aperto che lascia vedere i semi rappresenta tra l’altro la Fondazione della Chiesa in cui sono riuniti i popoli della Terra e le loro tradizioni.

If you look at a list of the most popular Christmas songs, you’ll find that the writers are disproportionately Jewish: Irving Berlin’s “White Christmas,” “The Christmas Song” (yes, Mel Tormé was Jewish), “Let It Snow! Let It Snow! Let It Snow!,” “I’ll Be Home for Christmas,” “Silver Bells,” “Santa Baby,” “Rudolph the Red-Nosed Reindeer” and “Winter Wonderland” — perennial, beloved and, mostly, written for the sheet music publishers of Tin Pan Alley, not for a show or film.

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Lenticchia, Giacobbe e Esaù

dicembre 27th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Natale, Storie di cucina

Fin dall’antichità, la lenticchia ha ispirato simboli, usanze e proverbi.

La tradizione vuole che sia di buon augurio mangiare le lenticchie a Capodanno perché assomigliano a delle monetine, mentre il modo di dire “per un piatto di lenticchie” è ispirato a un dialogo tra Giacobbe, il capostipite del popolo ebraico, e il fratello gemello Esaù tratto dalla Genesi, in cui Esaù, stanco e affamato, accettò di cedere al fratello il diritto di primogenitura appunto “per un piatto di lenticchie”.

Da allora, l’espressione definisce un corrispettivo inadeguato al valore di ciò che si dà in cambio.

Tè verde, tè nero e ancora tè con contorno di zazen.

dicembre 13th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Spiritualità

Ci sono cose di cui non posso fare a meno: una tazza di tè verde giapponese, una ciotola di riso e un avocado. Il tè verde lo bevo da quando ero bambina e una domenica pomeriggio di un qualche inverno milanese, un’artista giapponese mi ha pure fotografato alla galleria 10 Corso Como, con in mano una tazza di tè e nell’altra una teiera, in un’ipotetica danza di Yin e Yang. Celebravo mezzo secolo di tè: un record per un’italiana.

Preferisco il riso alla pasta e da quando ho amiche giapponesi, frequentazioni Zen, e meditazioni stile Zazen – e sono ormai un po’ di anni – il riso lo mangio in una ciotola. Mi piace che sia nera, in contrasto con il bianco dei chicchi, e la forchettina di legno di olivo – ma di questa sottigliezza non so darvi spiegazioni.

L’avocado non c’entra molto, ma mi ricorda la California, dove ho vissuto a lungo, e quando mi sporgevo dal mio giardino a picco sull’oceano e pensavo: di fronte a me, sull’altra sponda del Pacifico, c’è il Giappone. In mezzo, solo le Hawaii. Ma la California c’entra con il riso e il tè verde perché là ho avuto l’opportunità di essere introdotta alla cucina autentica del Paese del sol levante da un’amica giapponese che si chiama Cheri.

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I segreti del Budo (in metropolitana)

dicembre 10th, 2009 | No Comments | Posted in Spiritualità

A volte, quando so che attraverserò Milano in metropolitana, metti da Lambrate a Porta Genova, porto in borsa un piccolo libro che non pesa nulla e non si sciupa – ha copertina e pagine consistenti – e soprattutto è scritto in caratteri piuttosto grandi, così posso leggerlo in piedi pigiata tra la folla delle ore di punta. Non è un romanzetto e basta aprirlo in una pagina qualsiasi per trovarci una frase illuminante che da sola basta a meditarci su tutta la giornata. Per la medesima ragione è l’unico libro che i miei occasionali vicini di metropolitana sbirciano volentieri e con una certa insistenza. A tutti sorrido gentilmente mostrando la copertina e consigliando di comperarlo. Loro girano la testa imbarazzati, ma non sanno cosa si perdono a non prenderne nota sul cellulare.

Il libro si chiama I segreti del Budo “la via dell’attività coraggiosa e illuminata”. Scrive John Stevens, l’autore, che nel Budo «arti marziali e spiritualità si fondono e l’applicazione pratica dei princìpi spirituali realmente appresi è fondamentale per vivere in modo più coraggioso, con più fiducia in se stessi, con più autocontrollo, ma anche con una maggiore capacità di comprendere gli altri».

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Bob Dylan, lo Zen e Blowin’ In the Wind.

dicembre 9th, 2009 | No Comments | Posted in Spiritualità

«Per quelli della mia generazione (classe 1953), Bob Dylan fu un’apparizione. Non ce ne rendemmo conto subito, ma rappresentava la perfetta incarnazione Zen. Con il suo stile di vita e le sue canzoni ha tracciato un percorso ideale, lo sappia o meno, lo volesse o meno. (..) Del guru-menestrello potrei affermare ciò che Nietzsche disse di Schopenhauer: “Lo capii come se avesse scritto per me, per esprimermi in modo immodesto e folle”. La beat generation aveva finalmente il suo bardo».

«Lo Zen non dà risposte. Chiunque tenti di replicare si distoglie dalla domanda, senza prenderla seriamente. Lo Zen è come Heidgger: Cos’è la metafisica? È un interrogativo senza risposta. (…) Qual è il significato della vita, del Buddha, dello Zen? (…) L’intellettualismo non può risolvere le questioni fondamentali dell’esistenza. È questo il necessario preambolo a Blowin’ In the Wind inserita nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan (1963). (…) “Quante strade deve percorrere un uomo / prima che lo si possa chiamare uomo / sì, e quanti mari deve attraversare una bianca colomba / prima di poter dormire sulla sabbia / sì, e quante volte devono volare le palle di cannone / prima di essere bandite per sempre?”. La risposta soffia nel vento. È sempre la stessa, e indica la caducità delle cose».

«Dylan non è memore soltanto dello Zen, ma anche del Qohelt, il libro più ispirato dell’Antico Testamento. Non ci sarà mai nulla sotto il sole, mentre l’uomo si affanna ad afferrare la gloria, il vento, il vuoto. La replica alle domande si perde in un abisso senza senso. Una dimensione impenetrabile avvolge l’esistenza. (…) Blowin’ In the Wind è considerata una canzone di protesta, ma tocca tematiche eterne, metafisiche. (…) Soltanto attraverso un’identità interiore ci si potrà rivolgere agli altri. Dall’io alla società: è questo il percorso suggerito da Dylan».

Il brano è tratto da Orient Pop. La musica dello spirito, di Leonardo Vittorio Arena, Alberto Castelvecchi Edtore, Roma, 2008, pagg. 35-37.

Nota. Commenterei questo testo con una frase di Jimy Hendrix: «When the power of love overcomes the love of power, then the world will know peace». Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, allora il mondo conoscerà la pace.

 

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DNA, sciamani e serpenti.

dicembre 8th, 2009 | No Comments | Posted in Spiritualità

Nella biblioteca alle spalle del mio tavolo, tra libri di consultazione e di lavoro, tengo un volume di 680 pagine. Sul dorso, spesso diversi centimetri, il titolo – Sciamani – è scritto a caratteri cubitali e non posso evitare di vederlo ogni volta che mi giro. La sua funzione è di riportarmi a quella realtà, a una forma di realtà che è nascosta dentro di me e che si risveglia, e mi sveglia, prima dell’alba, o appare durante la meditazione. Sono visioni lucidissime e fulminee, proiezioni della coscienza più profonda, ma estremamente reali. Quadri, fotografie, immagini coloratissime e vivide. Molto più interessanti di ciò che la quotidianità mi propone durante le ore di sole.

Questa mattina ho aperto il libro a caso e a pagina 479 ho trovato il capitolo: Il serpente cosmico: il DNA e le origini della conoscenza, in cui l’autore – Graham Hancock – cita l’antropologo Jeremy Narby insieme a stralci del suo The Cosmic Serpent.

Per Narby, il DNA è un «”maestro della trasformazione, proprio come i serpenti mitici”». (…) «”Il DNA e la vita cellulare che esso codifica sono una tecnologia estremamente sofisticata, di gran lunga superiore alla nostra attuale capacità di comprensione, che inizialmente si è sviluppata altrove rispetto alla terra – terra che essa trasformò radicalmente al proprio arrivo circa 4 miliardi di anni fa”». Per l’antropologo, da sempre gli sciamani sintonizzano la loro percezione su una certa frequenza, che spesso raggiungono con l’uso di allucinogeni. E grazie a loro uomini e donne di medicina hanno potuto «”decodificare il proprio DNA e apprendere da questo tutto quello che era necessario sapere”». (…)

«Inoltre», scrive Hancock, «nello strabiliante totale di 200 miliardi di chilometri di filamenti submicroscopici di DNA larghi 10 atomi, che si ritiene stiano arrotolati nelle cellule di ciascun singolo corpo umano adulto, vi è concretamente spazio per dei messaggi intelligenti nascosti». Cosa molto probabile ma che non sappiamo con certezza visto che ancora non riusciamo a decodificare il 97 per cento del nostro DNA, la cui molecola è costituita da volute che ricordano due serpenti arrotolati, uno a testa in su e l’altro a testa in giù.

Bizzarro che queste spirali siano presenti in uno dei simboli Reiki della tradizione Shamballa, il Mer Ka Fa Ka Lish Ma, usato proprio per curare il Dna e raggiungere uno stato di benessere sufficientemente durevole.

Graham Hancock, Sciamani. Un viaggio nella profondità della foresta amazzonica a contatto con gli antichi maestri dell’umanità. Corbaccio, Milano, 2005.

Jeremy Narby, Il serpente cosmico. Il DNA e le origini della conoscenza. Venexia Edizioni, Roma, 2006.

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L’immagine di noi stessi

dicembre 7th, 2009 | No Comments | Posted in Spiritualità

Vorrei tornare per un attimo sull’argomento di ieri, sulla storiella zen che ho dedicato a me stessa. E la chiosa che volevo fare l’ho trovata rileggendo un libro di Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà, secondo me il più bello che abbia scritto, in bilico tra autobiografia, romanzo e psicomagia, tra sciamanesimo e stregoneria. Uno di quei libri che non capisci se quello che leggi è verosimile, ma è talmente affascinante che non te ne importa niente. Forse tutte le autobiografie, anche quelle più circostanziate, sono scritte con la medesima tecnica. Ma chi è Jodorowsky? È un artista-scrittore-psicomago nato nel 1929 in Cile da genitori ebreo-ucraini che vive a Parigi dal 1953. È uno che sa tutto dei tarocchi, che ha sperimentato diversi livelli di coscienza, che ha incontrato curanderos e indovini, veggenti, stregoni e negromanti . Uno per cui l’arte è una cura e la fantasia un sistema di guarigione. Delle tante pagine illuminanti, ho scelto questo capoverso.

«Due monaci pregano senza sosta, uno è corrucciato, l’altro sorride. Il primo domanda: “Com’è possibile che io viva nell’angoscia e tu nella gioia se entrambi preghiamo per lo stesso numero di ore?”. L’altro risponde: “Perché tu preghi sempre per chiedere, e io prego solo per ringraziare“. Per raggiungere la pace, sia nel sogno notturno che nel sogno diurno che chiamiamo veglia, dobbiamo lasciarci coinvolgere sempre di meno dal mondo e dall’immagine che abbiamo di noi stessi. La vita e la morte sono soltanto un gioco. E il gioco supremo consiste nello smettere di sognare, vale a dire nello sparire dall’universo onirico per entrare a far parte di quello che sogna».

Da: La danza della realtà di Alejandro Jodorowsky, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2004, pg. 197.

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