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Il senso alchemico e magico della nutrizione

ottobre 12th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione

«In generale, si crede che sia necessario mangiare tanto per essere in buona salute e avere molte forze. Niente affatto, anzi, mangiando molto si affatica l’organismo, si ostacolano e si bloccano tutti i processi digestivi, e questo porta a dei sovraccarichi, a depositi inutili e impossibili da eliminare. Così compaiono malattie di ogni genere a causa dell’opinione erronea che si debba mangiare molto per essere in buona salute. Mangiando troppo, accorciate la vostra vita. Non alzatevi mai sazi da tavola, altrimenti diverrete pesanti, vi materializzerete e non avrete più alcun impulso a perfezionarvi. Se invece vi alzate da tavola con un leggero appetito, avendo rifiutato quei pochi bocconi di cui avevate ancora desiderio, il corpo eterico riceve l’impulso di andare a cercare nelle regioni superiori degli elementi che colmeranno il vuoto così lasciato. Il corpo eterico trova quegli elementi sottili e li aggiunge, tanto che qualche minuto dopo, non solo non avete più fame, ma vi sentite più leggeri, più vivi e più in grado di lavorare, perché tali elementi sono appunto di una qualità superiore. Se invece, per il solo piacere di mangiare, mangiate a sazietà o continuate a mangiare pur non avendo più fame, come fanno in molti, in realtà non sarete mai sazi e provocherete in voi un disequilibrio».

Omraam Mikhael Aivanhov

Da: Hrani Yoga. Il senso alchemico e magico della nutrizione. 1° edizione. Opera Omnia – Volume 16. Edizioni Prosveta, Tavernelle (PG) 2009. www.prosveta.it

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Siddho, Osho, stelle e costellazioni

ottobre 10th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Spiritualità

Siddho Marchesi, laurea in scienze psicologiche e sociali, è esperta in programmazione neuro-linguistica – PNL – e costellazioni familiari, terapia che pratica e insegna in Italia, Europa e India.

Le costellazioni familiari sono un metodo che consente di scoprire e sciogliere problemi che si trasmettono in famiglia di generazione in generazione e che sono causa di malattie e turbe psicofisiche. Siddho ha vissuto a lungo nell’Ashram di Osho a Poona dove, tra l’altro, ha seguito la costruzione delle piramidi di marmo.

Siddho vive a Milano, dove ha fondato l’Osho Tao (oshotao@email.it).

Quando ha conosciuto Osho?

«Un giorno di trent’anni fa, avevo vent’anni, lessi un libro dimenticato a casa mia da un amico, La rivoluzione interiore di Osho, e dissi: ma chi è che lo ha scritto, voglio conoscerlo».

Saprebbe raccontarci la giornata-tipo di Osho?

«Osho usciva due volte al giorno, la mattina e la sera. Erano una sorta di appuntamenti fissi che duravano un’ora e mezza, massimo due ore, dedicati alla meditazione e a dei monologhi conditi con aforismi. A volte raccontava anche delle barzellette, e questo avveniva preferibilmente al culmine della meditazione silenziosa, perché Osho considerava lo humor una grandissima qualità spirituale. Nel 1978, a volte, all’inizio degli incontri serali, si dedicava pure a un lavoro di tipo energetico: ad alcuni di noi toccava il Terzo Occhio, quello al centro della fronte, e la gola, il quinto Chakra, quello della comunicazione. Diciamo che dedicava qualche minuto a ognuno di noi. Tra il 1974 e il 1979 c’è stato un periodo in cui il *Darshan – l’incontro pubblico con il Maestro – si svolgeva in forma di domanda-risposta. Potevi cioè sedere accanto a lui, fare una domanda e ricevere una risposta personale».

Ricorda cosa mangiava?

«Osho era vegetariano e mangiava molto poco: 30 grammi di fagiolini, 20 di lenticchie, una ciotola di riso. Tutto era pesato. L’alimentazione ha molto a che fare con la spiritualità. Siamo ciò che mangiamo e quindi l’alimentazione, anche se non elimina del tutto l’aggressività, sicuramente riesce a tenerla a bada. E chi medita, col passare del tempo, potrebbe diventare vegetariano senza sforzo. A me è successo così. Da piccola non mangiavo carne e non mi è sembrato vero quando ho potuto coscientemente eliminarla dalla mia dieta».

Ha un ricordo particolare dei suoi discorsi?

«Il suo insegnamento è stato considerato da alcuni come un insieme di idee appartenenti alle filosofie orientali – Induismo, Giainismo, Buddhismo zen, Taoismo – e di alcuni tratti del pensiero occidentale – psicologia junghiana, psicologia umanista, l’antica filosofia greca. Osho non predicò mai una fuga dal mondo terreno verso quello spirituale, ma piuttossto la necessità dell’Uomo moderno di essere spirituale – e quindi in meditazione – nella vita di tutti i giorni. Il percorso che dovrebbe condurre all’illuminazione consiste quindi nel qualificare, con la massima presenza del Sé, ogni atto della vita quotidiana e reale, dal lavoro alla vita di coppia, dal sesso alle relazioni sociali. Questa concezione di spiritualità e di illuminazione immersa nel quotidiano è quindi in aperta rottura con la tradizionale, e molto occidentale, visione di due mondi separati: quello dello spirito e quello della materia».

Qual è, secondo lei, l’eredità che Osho ha lasciato?

«La base dell’insegnamento di Osho può essere ridotto alla frase: “tu sei responsabile”. E questa è stata per me la luce della mia vita. Sapere che io, soltanto io, sono responsabile di ciò che creo, di ciò che ho intorno e delle risposte che ho nella vita. a questo proposito Osho dice: bevi dalla tua saggezza, trovala, e comincia a dissetarti. Lui non domandava a nessuno di prostrarsi in sua presenza».

Come mette in pratica i risultati che ha ottenuto dalle esperienze personali nell’esercizio della sua professione?

«Nella psicoterapia, il mio approccio è quello di portare le persone alla scoperta del proprio centro, alla scoperta delle proprie risorse, del vivere il momento presente. Non soltanto, quindi, una guarigione dagli eventi accaduti nel passato, ma una grande apertura verso la capacità di vivere una vita felice nel presente. E questo significa aiutare gli altri a scoprire, a capire quanto sia di aiuto acquietare la mente per poter avere fiducia e radicarsi nel presente. Qui sta la felicità che l’Uomo cerca. Nel presente».

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Ayurveda, mantra e pomodoro: intervista con Dada Krsnananda. Parte Seconda

ottobre 10th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Spiritualità

Dada Krsnananda (sì, il nome è scritto esattamente) è un monaco Marga ed è un grande esperto di cucina ayurvedica. È cittadino del mondo. Nato a Singapore, ha vissuto a lungo in Germania, in Italia negli Stati Uniti e in molti altri Paesi. Visita spesso il Portogallo e trascorre gran parte dell’anno in Portorico, aiutando i più poveri dei poveri.

Dada Krsnananda

Secondo lei i principi dell’Ayurveda possono essere adattati a un pranzo italiano?

«Certamente. Basta sostituire le spezie indiane con quelle italiane o con erbe quali la salvia e il rosmarino. Anche voi adoperate le spezie: le usavano già i Romani. Per non parlare del Quattrocento, quando i navigatori le portavano a casa insieme alla seta, dall’Oriente, dalla Cina, dall’India, aggiungendo così nuovi profumi ai piatti della tradizione locale. E non dimentichiamo che gli spaghetti sono una creazione cinese e sono arrivati da voi grazie a Marco Polo. Come vede c’è sempre stato nell’Uomo il desiderio di scoprire cosa fanno e come mangiano i suoi simili in altre parti del mondo. Ce l’ho anch’io questa curiosità».

Cosa può dirci del cibo crudo?

«L’Ayurveda ritiene che il cibo crudo sia molto difficile da digerire e lo può assumere solo chi gode di una buona digestione. Tanto, qualunque cosa si mangi, cruda o cotta che sia, viene cucinata durante la digestione. Una precisazione: per cibo cotto intendo cucinato adeguatamente, né troppo né troppo poco. La frutta cruda o secca va presa a piccole dosi, lontano dai pasti, perché diversamente interferisce con la digestione, la disturba. In India, inoltre, si preferisce non mangiare insalata o altre verdure crude. In particolare bisogna evitare di mescolare cibo crudo con cibo cotto.

Se la frutta va presa lontano dai pasti, figuriamoci l’acqua.

«Questo è un punto cruciale dell’alimentazione ayurvedica. L’acqua, dopo l’aria, è l’elemento più importante, molto più del cibo. Chi poi ha problemi di digestione o soffre di flatulenza, acidità, dovrebbe bere un’ora prima dei pasti principali e non prima di un’ora dopo i pasti, meglio due».

Quanta acqua si dovrebbe bere durante il giorno?

«Molta, in particolare la mattina a digiuno per depurare l’intero sistema dopo che il corpo, durante la notte, ha eliminato le tossine. Una buona regola è sorseggiarla tiepida con qualche schizzo di limone e un pizzico di sale, perché questa bevanda ha proprietà altamente alcalinizzanti: pulisce tutto l’organismo e contiene vitamina C e sali minerali».

Dada, lei fa mai qualche strappo alle regole?

«Qualche volta sì. Mi è difficile resistere a un piatto di mozzarella e pomodoro.

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Ayurveda, mantra e pomodoro: intervista con Dada Krsnananda. Parte Prima

ottobre 10th, 2009 | No Comments | Posted in Alimentazione, Spiritualità

Dada Krsnananda (Sì, la grafia è esatta) è un monaco Ananda Marga – che in sanscrito significa Sentiero di Beatitudine – il quale, oltre a occuparsi di elevare lo spirito di molti comuni mortali, è un esperto di cucina ayurvedica.

Dada Krsnananda

Dada quando ha cominciato a studiare l’Ayurveda?

«È una lunga storia. Dovrei cominciare col dire che non mi sono mai affibiato un’identità etnica, mi considero semplicemente un essere umano. Inoltre, da bambino curioso quale ero – interessato a etnie diverse dalla mia, alla loro cultura, a come vivono e a come mangiano – ho avuto la fortuna di vivere a Singapore, una città-stato che è, a tutti gli effetti, un crogiolo di razze. Ancora adesso prendo tutto il buono che trovo nei Paesi che visito. Mi piace molto il cibo buono, sono una buona forchetta. Le confesserò che dopo aver vissuto più di dieci anni in Italia, continuo a condire tutto con l’olio extravergine di oliva e, quando posso, lo porto con me. Per tornare alla sua domanda, ho sempre avuto la passione per la cucina naturale. L’ho studiata a lungo negli anni in cui mi preparavo a diventare monaco».

Oggi si fa un gran parlare di Ayurveda, anche se non sono molto sicura che poi, in concreto, se ne seguano le regole.

«Credo che negli ultimi dieci anni la filosofia, la medicina e la cucina ayurvedica vivano il loro momento di gloria soprattutto in Occidente. Sono sicuro che nel giro di breve tempo si adatterà molto bene allo stile di vita e alla cucina occidentale. Inutile dire che tutto è già stato scritto migliaia di anni fa. La civilizzazione e la migrazione delle genti hanno fatto il resto.

La filosofia ayurvedica e la cucina ayurvedica: quale delle due è venuta prima?

«Direi che sono sempre state complementari, perché in tutte le epoche l’Uomo ha sempre avuto bisogno di mangiare. Così a un certo punto alcuni saggi, riconosciuti come veri e propri dottori, hanno cominciato a fare delle ricerche, degli esperimenti e a stendere i concetti base per un’alimentazione sana. Erano, a tutti gli effetti, medici e scienziati ante litteram. Ai tempi è stato come superare le Colonne d’Ercole. Stiamo parlando di una filosofia antica più di settemila anni».

Quali sono i principi della cucina ayurvedica?

«La cucina ayurvedica è basata sul medesimo principio di equilibrio che regola l’Universo. Ogni cosa è infatti condizionata da tre forze predominanti – Sattwa, Positiva e inerte; Tamas, Negativa e dinamica; Rajas, Neutra – che a loro volta danno origine ai cinque elementi fondamentali che dominano l’universo: terra, aria, acqua, fuoco, etere. Questi principi valgono per le piante, gli animali e l’Uomo. Ma siccome il corpo umano ospita la mente, allora possiamo dire che c’è una correlazione tra corpo e mente. Così quando il corpo è malato avrà un effetto sulla mente e viceversa».

Qual è il ruolo del cibo nella salute del corpo e della mente?

«Il cibo è la base principale che permette al corpo fisico di mantenersi in buona salute. Perché tutto quello che mangiamo viene trasformato in sangue, grasso, muscoli, tessuti, midollo osseo. Ogni briciola che portiamo alla bocca ha un propria frequenza e vibrazione. Questa entra nell’organismo e il complesso di queste vibrazioni determina la personalità e il modo di pensare della singola persona, il suo pensiero e molto altro che non riusciamo neppure a immaginare. Inoltre nutre la nostra mente, che è lo strumento attraverso il quale possiamo trasmettere, entrare in comunicazione con le vibrazioni dell’Universo».

E qual è il ruolo del cibo nell’Ayurveda?

«L’Ayurveda dice che il cibo è medicina, che ogni cosa che cresce in natura può essere considerata una medicina. Noto per esempio che in Occidente si è ossessionati dall’eventuale mancanza di proteine e di calcio. Ma chi ha una dieta bilanciata e assume con il cibo tutto quello che il suo corpo richiede, non ha problemi. In particolare, consiglio vivamente a tutti di usare le spezie ayurvediche per insaporire il cibo. Garantisco che se ne guadagnerà in salute».

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