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Giorgio De Chirico, tra metafisica e emicrania

gennaio 26th, 2015 | No Comments | Posted in Arte, Libri, Psicologia

Giorgio de Chirico

 

Quella di Villa Reale a Monza è la più bella mostra di de Chirico (1888-1978) che abbia visto ed è davvero un peccato che stia per finire: un allestimento elegante e perfetto, didascalie perfettamente leggibili e perfetta illuminazione. 31 quadri fra i più belli del grande maestro della pittura italiana, e non solo metafisica. Ma cos’è la “metafisica” per de Chirico? «… è la rete fatale che coglie al volo, come misteriose farfalle, i momenti strani sfuggiti all’innocenza e alla distrazione degli uomini ordinari». E nella metafisica non ci vedeva niente di tenebroso; «è la stessa tranquillità e insensata bellezza della materia che mi appare “metafisica”». Ecco cosa scriveva, di de Chirico, Ardengo Soffici nel luglio del 1914 sulla rivista letteraria Lacerba: «Si potrebbe definire una scrittura di sogni … egli arriva ad esprimere, infatti, quel senso di vastità, di solitudine, di immobilità, di stasi che producono talvolta alcuni spettacoli riflessi allo stato di ricordo nella nostra anima quasi addormentata». Un mistero, un segreto nascosto nella nostra anima viene portato in superficie. L’universo sacro affrancato dalla storicità, il vero assoluto dalla falsità umana e il tempo tanto presente quanto assente. Un tempo immobile scandito da orologi, meridiane, ombre lunghe e decise di torri, palazzi, manichini. Visioni quasi allucinatorie dovute probabilmente all’”emicrania con aura” di cui soffriva – e di cui soffriva anche il fratello, il pittore-scrittore e compositore meglio conosciuto con lo pseudonimo di Alberto Savinio (1891-1952) – un particolare mal di capo generalmente preceduto da disturbi alla vista che vanno dai lampi alle immagini sfolgoranti, da piccole stelle a linee zigzaganti. «Non sembra possibile essere un artista e non essere malato», scrive Nietzsche in La volontà di potenza.

 

Giorgio de Chirico nel suo studio

 

De Chirico non se ne curava, tanto più che all’epoca questa forma di emicrania non era stata ancora studiata. Ben altre erano le sue preoccupazioni: «…un problema mi tormenta da circa tre anni: il problema del mestiere: è per questo che mi sono messo a copiare nei musei». Perché per lui – infanzia trascorsa in Grecia all’ombra del Partenone, influenza pittorica tedesca (da Böcklin a Klinger e Friedrich) come del resto quella cultural-filosofica (da Schopenhauer a Nietzsche, a Weininger) anche se deve la sua grandezza all’ispirazione avuta nel 1909 in piazza Santa Croce a Firenze, che produsse il suo primo quadro metafisico: Enigma d’un pomeriggio d’autunno – per lui, dicevamo, «è la qualità della materia che dà la misura del grado di perfezione in un’opera d’arte».

 

Giorgio de Chirico. L’enigma d’un pomeriggio d’autunno.

 

Ma fu il coetaneo Jean Cocteau (1889-1963) a definire l’arte di Giorgio de Chirico in modo estremamente obiettivo e puntuale, coronato di infantile sorpresa: «Il vero realismo consiste nel rappresentare le cose sorprendenti nascoste sotto il velo dell’abitudine e che non sappiamo più vedere. Il nostro nome non ha più forma umana. Ma a volte succede che la voce di un fattorino che in un corridoio d’albergo scandisce il nostro nome, la richiesta di una cassiera, le risa di un gruppo di scolari che se ne fanno beffe in classe, strappino il velo e scoprano nuovamente questo nome, staccato da noi, solitario e singolare come un oggetto sconosciuto». L’Uomo di de Chirico, un perfetto sconosciuto.

 

Giorgio de Chirico. L’oggetto misterioso.

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Cento sfumature di blu

gennaio 24th, 2015 | No Comments | Posted in Arte, Design

Nel 1957 avevo sei anni e un maglioncino blu scuro che mamma aveva sferruzzato nelle sere d’agosto: doveva essere pronto per il primo d’ottobre, il mio primo giorno di scuola. Al tempo non c’erano tante sfumature di blu, almeno non nei bagni delle matasse di lana che si comperavano da Canetta, né si dava molta importanza alla forma. I fianchi non erano sagomati, il collo era esattamente “girocollo” e strangolava un po’, ma non ci si lamentava. Mi adeguai anch’io, che il blu lo detestavo nel profondo del cuore. Con quel viso pallido e smunto, mi rendeva più emaciata di quel che ero e le occhiaie diventavano violacee. Le braccia, già lunghe, sembravano ancora più lunghe sotto quelle maniche abbondanti e con il polsino alto a diritto e rovescio. Nonostante l’impegno, mi ci è voluto un bel po’ a rendere lisi i gomiti della maglia, che in ogni caso sono stati rammendati con l’avanzo di lana, cosa che rendeva il maglioncino purtroppo ancora fruibile sotto il grembiule di scuola. Il blu continuò a perseguitarmi anche perché l’alternativa erano una gonnellina grigio piombo accompagnata dal gemelli nocciola: non c’era di che stare allegri. Tanto più che nel 1957, a sei anni, bambinetta sulla frontiera orientale d’Italia, non conoscevo Yves Klein e il suo “blu Klein”, che più saturo non si può, cosa che mi avrebbe cambiato la vita nei giorni di bora scura. Non blu cielo e blu mare insieme, ma molto, molto di più, anche perché, già allora, l’Adriatico settentrionale era color grigio topo e quando c’era la burrasca i topi ci galleggiavano per davvero. L’azzurro del cielo era per l’appunto azzurro e il colore della notte non mi è mai piaciuto, certo non era, né è, blu, o almeno non quel blu Klein. A 17 anni, però, mi sono scapricciata – e accontentata – di una camicia in seta di Galtrucco color blu Cina: il massimo della sfrontatezza per una sessantottina per bene e quanto il mercato di provincia offriva di più vicino al mio colore preferito, quel blu degli affreschi di Giotto, ma molto più denso e opaco. Ma ancora non era Klein, quel Klein, né avrebbe potuto esserlo visto che la sua sfumatura il pittore francese se l’era brevettata.

Antropomorfie di Yves Klein (1960)

Tutto questo per dire che sono stata a vedere la mostra che il Museo del Novecento di Milano dedica a Klein (Nizza, 28 aprile 1928 – Parigi, 6 giugno 1962) e a Fontana (Rosario, 19 febbraio 1899 – Comabbio, 7 settembre 1968), Milano-Parigi, 1957-1962 (fino al 15 marzo 2015). Mostra che, se fosse ben organizzata, varrebbe sicuramente una visita. Anche perché ospita opere pregevoli di entrambi gli artisti. Solo la distesa di Pigment pur, una mare finto e infinito, una piscina blu-viola che sa di lavanda della Provenza, per l’appunto di pigmento puro, che quasi deborda dalla vetrata del Palazzo e che guarda la Galleria, sovrastata dalla Struttura al neon di Lucio Fontana (1951) merita, come dicevamo, una gita. Così come i Monocromi, le Antropometrie, il Calco della Nike di Samotracia dipinta di blu e molto altro, che però si trovano al pianterreno e le cui didascalie sono raggruppate in fondo alla sala, e pure in basso, e che ti fanno uscire un po’ arrabbiata e con un grande punto interrogativo sulla fronte. Che mi sia persa qualcosa?

Calco della Nike di Samotracia in Blu, Yves Klein.

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Borderline Gender


Borderline Gender. O del conflitto d’identità e di identificazione sessuale. Uno straordinario studio di un gruppo di missionari saveriani sul fenomeno
transgender, visto nella mitologia, nella storia e nella cultura di Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan. «Argomenti connessi alla sessualità e alle sue molteplici apparenze ed espressioni paiono oggi richiedere sempre maggiore attenzione, sia da parte dei media sia dell’opinione pubblica. Di primo acchito, la situazione sembrerebbe determinata dalla novità dell’argomento. Anche se la ricerca raccolta in questo libro racconta una storia completamente diversa».

Vienna, lunedì 3 Novembre. La drag queen Conchita Wurst – venticinquenne colombiano cresciuto in Germania, conosciuto all’anagrafe come Tom Neuwirth, diventata famosa per aver vinto l’edizione 2014 dell’Eurovision Song Context tenutosi a Copenhagen (il “Sanremo” in chiave europea) e per aver cantato al Parlamento europeo e in diversi eventi LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender) – ha il privilegio di esibirsi al quartier generale delle Nazioni Unite in occasione di una conferenza a cui partecipa anche il segretario generale Ban Ki-moon. Bella e affascinante come poche, corpo stupendo, capelli corvini, occhi truccati, ciglia finte, mani curate e affusolate, rossetto discreto che accentua una barba risorgimentale e baffi nerissimi, la Wurst veste un abito castigato di un blu brillante che sfiora le caviglie e scende ai polsi, e indossa scarpe nere con tacchi a spillo. Canta, ma non solo. Davanti alla platea gremita di capi di stato dichiara: «Sogno un futuro in cui non si parlerà più di orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso». Le fa eco Ban Ki-moon: «Continuerò a lottare contro la transfobia e l’omofobia. Difenderò l’uguaglianza con tutte le mie forze. Spero che altri di voi si uniscano alla nostra campagna Free and Equal».

Ban Ki-moon con Conchita Wurst

Già nel 2010 il segretario generale delle Nazioni Unite aveva pronunciato una frase storica: «A tutti coloro che sono gay, lesbiche, bisessuali o transgender: lasciatemi dire che non siete soli. A voi che lottate per la fine della violenza e della discriminazione, dico: è uno sforzo che condivido. Oggi io sto con voi. E chiedo a tutti i paesi e alla gente comune di stare dalla vostra parte. Un cambiamento storico è in corso. Dobbiamo contrastare la violenza, decriminalizzare relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso e chiudere con la discriminazione. Dobbiamo educare la gente. Chiedo a questo Consiglio e a tutte le persone responsabili di fare in modo che questo accada. I tempi sono maturi». Il 7 marzo 2012, al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, rincara la dose: «Alcuni credono che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano argomenti delicati. Capisco. Come molti della mia generazione, non sono cresciuto parlando di questi argomenti. Ma ho imparato a farlo perché molte vite sono al palo e perché è nostro dovere, secondo la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani, proteggere i diritti di ciascuno, ovunque».

A leggere i quotidiani, le parole di Ban Ki-moon sembrano rimanere inascoltate. Ancora oggi, in 76 paesi, molti dei quali ritenuti civili, omosessuali, bisessuali, transessuali di tutte le età e religioni sono oggetto di derisioni, discriminazioni, violenze fisiche e verbali, o ancora di vere e proprie torture, con la connivenza silenziosa delle autorità che non offrono loro adeguata protezione, per non parlare dei paesi in cui gli LGBT rischiano la condanna a morte. Nell’Italia del 1968, in anni che definire di lassismo sessuale è dire poco, il transessuale Romina Lecconi viene considerata socialmente pericolosa e pertanto condannata a scontare due anni di soggiorno obbligato a Volturino di Foggia, un paese di quattro anime, nemmeno fosse il peggiore dei mafiosi. Col tempo la situazione cambia: dieci anni più tardi nasce il MIT, Movimento italiano transessuali e nel 1982 la legge “164” legalizza l’intervento chirurgico e ne consente la rettifica anagrafica. Fino a Vladimir Luxuria, transgender, parlamentare italiana tra il 2006 e il 2008 sotto il goveno Prodi, e prima transgender eletta in un parlamento europeo. Nonostante i progressi, nella migliore delle ipotesi, ovunque nel mondo, questi “devianti” sono semplicemente tollerati ma, come diceva Pier Paolo Pasolini, la tolleranza è la forma di condanna più raffinata. Intollerabile, per l’Uomo, essere tollerato. Il Dio di tutti accetta, non tollera.

L’ALTRA METÀ DEL CIELO E IL CORAGGIO DEI PADRI SAVERIANI
Mentre le parole di Ban Ki-moon cadono nel vuoto e le grandi città continuano a essere testimoni silenziose di violenze psico-fisiche a chi viene percepito come  “l’altra metà del cielo”, c’è chi si impegna a sensibilizzare l’opinione pubblica. È il caso di un gruppetto di missionari saveriani che, capitanato da padre Tiziano Tosolini [1], ha avuto l’idea e il coraggio (l’elezione di papa Francesco favorisce, forse, l’audacia nella lungimiranza?) di dedicare uno studio di 200 pagine dal titolo Borderline Gender – spin off monografico della collana Quaderni (Asian Study Center, Xaverian Missionaries, Japan) – al tema dell’omo-transessualità-travestitismo, nella storia antica e contemporanea dei Paesi del lontano Oriente nei quali questi sacredoti vivono: Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan. Una sorpresa per tutti, ma non per chi conosce Tiziano. Che ha scelto con cura e poi riunito in una minuscola ma intellettualmente agguerrita squadra i missionari-collaboratori-amici impegnati nel dialogo interreligioso, tra cui il bresciano Sergio Targa “corrispondente” dal Bangladesh; il cremonese Matteo Rebecchi che vive in Indonesia; il brasiliano Everaldo Dos Santos, rettore della Comunità internazionale di Teologia a Manila, nelle Filippine; il fratello Fabrizio, biblista, docente all’Università di Teologia di Taipei, a Taiwan; il giovane padovano Luigino Marchioron, anche lui docente all’Università di Taipei.

Scrivono Sergio Targa e Fabrizio Tosolini nell’incipit dell’introduzione: «Argomenti connessi alla sessualità e alle sue molteplici apparenze ed espressioni paiono oggi richiedere sempre maggiore attenzione, sia da parte dei media sia dell’opinione pubblica. Di primo acchito, la situazione sembrerebbe determinata dalla novità dell’argomento. Anche se la ricerca raccolta in questo libro racconta una storia completamente diversa. Le esperienze dei Borderline Gender sono sempre state presenti nel contesto delle culture dei cinque paesi presi in considerazione nel nostro studio: Bangladesh, Indonesia, Giappone, Filippine e Taiwan». Le domande da cui scaturisce questo progetto, come scritto nella conclusione di Dos Santos, Rebecchi, Marchioron e, ancora, Tiziano Tosolini, sono quelle di sempre: «Cos’è il corpo se può essere oggetto di brama erotica? Come mai qualcuno si sente intrappolato o prigioniero del proprio corpo in quanto (al di là della conoscenza comune) ritiene che dovrebbe appartenere a un genere o a un genus diverso? Dove potremmo collocare quella strana area di confine in cui qualcuno si sente “mezza donna e mezzo uomo” o “né donna né uomo” o ancora “al di là dell’essere uomo o donna”? Che tipo di parole o vocabolario dovremmo adottare per descrivere questo dilemma, visto che la nostra grammatica sembra lavorare perfettamente bene solo con l’uso delle opposizioni binarie? Innanzitutto esiste – o potrebbe esistere – questo tipo di linguaggio? O sarebbe simile alla lingua usata dagli amanti nei loro incontri, dove non c’è nulla che debba essere imparato e nessuna informazione da trasmettere, ma solo incomprensibili sospiri da sentire?».

«Possiamo certamente dire che, in passato, le persone, qualsiasi fosse il loro sesso, erano integrate in una sorta di scenario cosmico in cui ciò che uno sentiva o era, contribuiva positivamente all’essenza della società stessa. Le cose sono cominciate a cambiare irreversibilmente quando queste società sono venute in contatto con le altre, quelle occidentali, al tempo in cui le ambiguità non erano permesse, in luoghi in cui anche le minime differenze dovevano essere riportate e strettamente definite. I Baklas nelle Filippine erano prima associati con il travestitismo, poi con l’effeminazione e, infine, con l’omosessualità. Idee di amore con il medesimo sesso, gay e queer gender (queer: bizzarro, insolito, NdG), si sono diffuse in Giappone all’inizio del XX secolo, e tassonomie mediche e oscure etichette patologiche, come gender identity disorder, cominciarono a emergere. Gli antichi rituali mistici e l’ascetismo sessuale dei Bissu (…) e dei Warok in Indonesia dovevano aprire la strada a esigenze transculturali dei sostenitori degli LGBT. In breve, le tradizioni locali hanno dovuto adattarsi a un nuovo gergo narrativo in cui le idee di “individuo”, “diritti” e “sesso” hanno sostituito quelle di “comunità”, “funzione” e “senso”.  Borderline gender hanno cominciato a venire a galla e, paradossalmente, le società sono diventate spazi liquidi in cui gruppi ben definiti sono diventati aree instabili di identità fluttuanti, pezzi di un puzzle senza un modello originale da usare come referente».

La perfezione della scrittura e l’eleganza della grafica alleggeriscono la lettura piuttosto impegnativa di questo studio approfondito, al momento pubblicato in lingua inglese, che andrebbe attentamente analizzato nelle università e distribuito nelle biblioteche del mondo. Lettura impegnativa sia per la la delicatezza dell’argomento e la serietà con cui viene affrontato, sia per l’inevitabile coinvolgimento emotivo del lettore, visto che almeno una volta tutti, prima o poi, siamo incorsi e ancora incorriamo in pregiudizi e ironie verso gli LGBT.
Nel raccogliere la sfida lanciata dai saveriani al mondo civile e alla riflessione intima che ne consegue, non resta che una postilla dalla tristezza infinita, firmata Jean Cocteau: «Le stesse notti violente, gli stessi mattini torbidi, gli stessi lunghi pomeriggi in cui i ragazzi diventavano dei relitti, delle talpe in piena luce».

A questo punto sorge spontanea una domanda: ma l’emozione dell’amore, ammesso che esista, dov’è finita?

[1.] Tiziano Tosolini, friulano, è direttore dell’Asian Study Center con sede a Osaka, direttore della collana Quaderni (siamo ormai al IX anno di pubblicazione) di cui questo Borderline Gender è uno spin off. Si è laureato in Teologia e in Pedagogia a Parma. Da qualche anno è visiting professor all’Università di Teologia a Manila (Filippine) e allo Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia. È ricercatore part-time al Nanzan Institute for Religion and Culture di Nagoya. È stato docente a Londra e a Glasgow, dove ha concluso il dottorato in Filosofia. Conferenziere affascinante, filosofo appassionato di postmodernismo e studioso della società nipponica, in particolare di Buddhismo e Scintoismo, di cui ha da poco pubblicato un dettagliato e particolarmente chiaro dizionario terminologico-encicopedico giapponese-italiano.

 

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Comprato, letto, provato

Ingiustizia, Abbandono, Rifiuto, Tradimento, Umiliazione. Sono le Cinque Ferite che accompagnano la vita di ognuno di noi e contribuiscono a determinare il nostro modo di affrontare gli assilli quotidiani. Questo crede, e dimostra, Maria Rosa Fimmanò* nel suo libro Risolvere le Cinque Ferite. Trasformarle in vantaggi per vivere meglio (editore Trevisini, Milano, Ottobre 2014, € 14,50). Un manuale assolutamente originale – nessuno ci aveva finora spiegato come risolvere i problemi legati alle nostre ferite più profonde – chiaro, ricco di spunti e che, soprattutto, si legge come un romanzo: il romanzo dell’Esistenza.

Una volta individuati, prima di soccombere allo stress, è il caso di liberarci di questi problemi. Perché risolvere le Cinque Ferite vuol dire eliminare gli aspetti di noi che non gradiamo e invece accogliere gli elementi positivi a loro connnessi come fossero una risorsa che ci permette di esprimere meglio la nostra personalità.

La parte pratica del libro – una trentina di pagine – ci sfida a una divertente autoanalisi, a trovare cosa ci affligge e a provare gli esercizi fino a quando non si ottengono i risultati sperati. Che arriveranno di sicuro, con il minimo sforzo possibile: cinque minuti al giorno per qualche settimana. Esercizietti che si possono praticare ovunque, in vasca da bagno o fermi in macchina al semaforo da cui non ci si riesce a schiodare proprio per quei cinque minuti che ci servono. Quando si dice che la fortuna ci assiste.

Un libro festoso, lungi dall’essere banalmente terapeutico e senza la pretesa di psicanalizzare a tutti i costi. Un manuale da usare anche come originale e istruttivo gioco di società in una serata con nuovi e vecchi amici, in spiaggia o a Capodanno. Non solo per prenderci in giro, ma anche per scoprire il lato nascosto di chi ci piacerebbe diventasse il nostro nuovo amore. Come diceva Honoré de Balzac, «per giudicare un uomo bisogna almeno conoscere il segreto del suo pensiero, delle sue sventure, delle sue emozioni».

Un libro da leggere e mettere in pratica assolutamente.

* Maria Rosa Fimmanò è direttrice dell’Istituto di Kinesiologia e Neuro-Training “Kinergia”. Laureata in discipline scientifiche, ha proseguito il suo aggiornamento all’estero e ha reso disponibile per la prima volta in Italia il percorso di Neuro-Training®, l’evoluzione della Kinesiologia. Relatrice ai congressi internazionali, docente per vocazione, si dedica anche alla ricerca e ha messo a punto numerose tecniche, in particolare quella delle Cinque Ferite. Tiene corsi e conferenze in varie città d’Italia e collabora attivamente con Andrew Verity, l’ideatore del Neuro-Training.

 

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Kundàli e Kundalini in salsa sikh

La dea Kundàli, il serpente Kundalini e lo Yoga Kundalini costituiscono la triade real-metaforica che attraversa il Novecento da Est a Ovest, dal Punjab alla California passando per il Canada, incrocia i Figli dei fiori e offre loro la possibilità di rinfrescare l’energia prostrata dall’uso intensivo di droghe più o meno pesanti. La magia di questo incontro è offerta dalle pratiche di Kundalini Yoga che risvegliano, per l’appunto, nel corpo umano, il serpentello simbolicamente avvolto alla base del perineo.

Siamo nel 1968 e i tempi sono maturi per un successo internazionale: sulla scia dei Beatles che vanno in India, nell’ashram di Maharishi, a imparare la Meditazione Trascendentale, il maestro sikh Yogi Bhajan (1929-2004) viene eletto guru di un’intera generazione americana e non solo. Nel 1969, sempre negli Stati Uniti, costituisce la 3HOHealthy, Happy, Holy Organization, una fondazione rappresentata alle Nazioni Unite che si occupa della salvaguardia e della diffusione delle pratiche e dei valori del Kundalini Yoga, del Tantra Bianco, della Numerologia tantrica e dell’arte curativa del Sat Nam Rasayan, di cui è pure maestro – e nel 1972 getta le basi del Kundalini Research Insitute con sede a Española, nel New Mexico, a cavallo della contea di Rio Arriba e quella di Santa Fe. Da allora e al di là del primo manipolo di beatniks – la disciplina millenaria dello “Yoga della Consapevolezza” o” Yoga degli angoli e triangoli”, com’è anche conosciuta, è praticata da qualche milione di persone in tutto il mondo e i risultati che se ne ottengono sul piano fisico-mentale-spirituale sono stati scientificamente dimostrati: si tratta di benefici al sistema cardio-vascolare, ghiandolare, nervoso, digestivo e linfatico, senza dimenticare la diminuzione di ansia e stress. La mitica California non sbaglia mai.

Yogi Bhajan

E proprio sulla dea serpente Kundali, e del relativo Kundalini Yoga secondo gli insegnamenti di Yogi Bhajan, che è imperniato il libro  La Kundalini. L’energia divina in noi (Editore Xenia, pagg 128, euro 7,50) scritto a quattro mani da Maria Angelillo – indologa, antropologa, etnologa, docente universitaria e molto altro (le etichette sono sempre riduttive) – e Stefania Kudrat Kaur Floreani – insegnante certificata di Kundalini Yoga come codificato da Yogi Bhajan e allieva di Guru Dev Singh, a sua volta allievo storico e prediletto di Yogi Bhajan. Stefania è altresì naturopata, consulente esperta, tra l’altro, nella terapia a base di gocce Bach e relativo massaggio, nonché ricercatrice spirituale, instancabile viaggiatrice e accompagnatrice, ovviamente spiritual-turistica, nelle terre sacre dell’India.

Sant Singh Sahib Guru Dev Singh Khalsa

Un libro piccolo ma di grande importanza e impatto: poco più di cento pagine fitte fitte, scrittura superba e pertanto perfettamente comprensibile nonostante la difficoltà dell’argomento, ricco di note (la prima parte si legge come fosse un romanzo a sfondo storico; la seconda,  si può anche usare come piccolo manuale di Kundalini Yoga), frutto della profonda conoscenza ed entusiasmante passione delle autrici. Inoltre, la documentazione minuziosa e l’approccio “scientifico” ma anche pratico per un tema tanto immateriale, astratto, incorporeo come questo – e, per i profani, pure immaginario – non lasciano nulla al caso.

Il libro si apre con la citazione dei versetti del II capitolo della Shiva Samhita: «In questo loto chiamato adhara, nel pericarpo, c’è la bella yoni triangolare, la cui esistenza è tenuta segreta in tutti i Tantra. Qui, in forma di lampo simile a liana, vi è la dea suprema, Kundàli, arrotolata in tre spire e mezza, che sta sulla bocca di Sushumna. Essa ha la forma della forza creatrice del mondo, è sempre impegnata nell’attività di creazione, è la dea della parola che non può essere descritta a parole, è sempre venerata dagli dei».

Scrive Maria Angelillo nell’introduzione: «La Kundalini rappresenta la traduzione microcosmica della Shakti, letteralmente “potenza”, il principio femminile che, nel Tantrismo, descrive l’aspetto dinamico della divinità: precipua del Tantrismo, infatti, è la concezione secondo cui è costituita dall’unione di due polarità opposte e indivisibili, di cui una maschile e una femminile, identificate rispettivamente in Shiva e Shakti, esemplificazioni della componente statica e dinamica della realtà».

Dea Shakti

Uno Yoga per tutti, spiega Stefania Floreani, che, «non prevedendo la rinuncia a nessuno degli aspetti materiali dell’esistenza e non richiedendo ai propri praticanti l’emancipazione dalle logiche che governano l’esistenza materiale e profana, ambisce a integrare nel suo sistema le comuni mansioni che scandiscono il corso della normale vita quotidiana con l’afflato spirituale». Afflato «che lega il praticante a Dio e si traduce in un sentimento di devozione amorosa che tende a quell’unione mistica in cui la coscienza individuale partecipa alla suprema Coscienza assoluta».

Non solo, «Yogy Bhajan eredita da Patanjali, l’attenzione nei confronti dell’indagine psicoanalitica della personalità umana: occorre, infatti, ricordare come per Patanjali lo Yoga sia innanzitutto “inibizione delle funzioni mentali”». Se poi aggiungiamo che Yogi Bhajan ha pure fuso insieme «le istanze filosofiche e soteriologiche proprie del Sikhismo» a cui aderì, è facile comprendere come il Kundalini Yoga – o Yoga della consapevolezza – abbia fatto breccia nel cuore di tanti giovani Figli dei fiori che vivevano, come lui, nella Los Angeles degli anni Settanta del secolo scorso, alla vigilia dell’era dell’Acquario. Un metodo potente, ma «sano ed equilibrato» che avrebbe riparato il loro cervello e il loro sistema nervoso dagli abusi di alcol e spinelli. Un metodo che avrebbero potuto replicare in qualsiasi momento e in cui convergono «22 differenti forme di Yoga (…) equiparate a un diamante formato da 22 sfaccettature» quali le «peculiarità proprie del Raja Yoga, del Mantra Yoga, del Laya Yoga, dell’Hatha Yoga».

Beatles in India

I migliaia di Asana (posizioni) spesso supportati dalla recitazione di una Mudra (posizione delle dita), di un Mantra o di Pranayama (controllo del soffio vitale) sono strutturati «all’interno di sequenze precise e non modificabili» chiamate Kriya – secondo Yogi Bhajan: azione in grado di far germogliare il seme – considerati alla stregua di vere e proprie mappe energetiche, grazie alle quali l’energia pranica e la Kundalini stessa possono liberarsi e orientarsi all’interno della struttura energetica del corpo umano». Se a tutto questo si aggiunge che «”le migliori virtù secondo il Sikhismo sono la compassione, la carità, la pazienza, la pietà, la contentezza, l’indulgenza, la clemenza, la purezza del cuore, l’umiltà, la dolcezza, la cortesia, la buona educazione, la generosità, la pace, la grazia, l’onestà, la tolleranza, la sincerità, la castità, la calma e la rettitudine”», il gioco è fatto. E scusate se è poco.

 

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Finn Sködt e Kvadrat, 30 anni di Jutland a Milano

maggio 5th, 2014 | No Comments | Posted in Arte, Design

Il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde.

Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, 1910

Kvadrat, con la mostra Divina, Every Color is Divine è sbarcata a Milano in occasione del Salone Internazionale del Mobile (8-13 aprile 2014). E non solo per pochi giorni, ma per rimanerci. L’azienda tessile danese ha infatti inaugurato – oltre alla mostra che si è tenuta all’Arcade di via San Gregorio 43, una delle sedi del Fuorisalone – due showroom nei cortili di Corso Monforte 15: il primo, dedicato ai tessuti di design di alta qualità, di cui l’industria è leader in Europa fin dal 1968, l’altro ai tendaggi di un gusto estetico particolarmente lineare e contemporaneo. Tessuti che sono diventati parte integrante di alcune delle più spettacolari opere di architettura e dei più visionari arredamenti; in una parola, della cultura del design. Le barriere del vecchio modo di immaginare un qualunque divano sono cadute per sempre. Grazie alla lungimiranza dei Rasmussen e dei Byriel – le due famiglie che nel corso del tempo si sono succedute alla guida dell’azienda di Ebeltoft, nello Jutland – ma anche alla collaborazione dell’artista-designer Finn Sködt che risale agli anni Ottanta e, più recentemente, alla partecipazione entusiasta dei 22 artisti invitati a reinterpretare la collezione di tessuti da lui ideata.

Finn Sködt

Spirito e sembianze nordiche, innamorato dell’Italia e del suo Rinascimento, Finn Sködt è un artista che Milano ha già imparato ad apprezzare quando, esattamente 30 anni fa, nel 1984, la Galleria L’Affiche aveva presentato alcuni suoi quadri – anche allora, guarda caso, proprio in concomitanza del Salone del Mobile. Il suo talento e la sua creatività non conoscono momenti di declino. Ha decorato un grattacielo a Denver, in Colorado, un ponte nella sua Danimarca, ha disegnato manifesti che fanno ora parte della collezione del Moma (Museum of Modern Art di New York), si è sbizzarrito con i simboli grafici ispirati ai nativi americani Arapaho – siamo, non dimentichiamolo, nell’era Memphis del mago del colore Ettore Sottsass ­– ha creato oggetti di tendenza. Come il lavabo Euclide (1984), una scultura a imbuto in acciaio dove sciacquarsi le mani è un’esperienza esilarante, che fa spesso bella mostra di sé nei bagni dei locali alla moda anche d’oltre oceano. Non gli è riuscito, invece, farsi produrre la “sedia senza seduta” che aveva proposto a Cassina.

Finn Sködt nel suo studio

La passione di Sködt rimane, però, il colore. Quello saturo, a olio, e il guazzo, opaco e luminoso a un tempo. E del colore ha sviscerato, in dettaglio, ogni teoria: da Newton a Goethe a Kandinsky passando attraverso la “luce divina” di Leonardo e il rosso della veste di Dante Alighieri in alcuni celebri ritratti. Per poi ritornare alla sua idea primigenia, legata alla terra, in senso geologico, al mare e ai suoi colori, ai fenomeni naturali in generale. «Da dove viene il bellissimo blu ultramarino (…) che si vede nei dipinti delle chiese rinascimentali? (…) Viene principalmente dall’Afganistan e dalla Cina – e un po’ anche dalla Spagna. È molto difficile estrarne il pigmento perché si trova in una pietra semipreziosa, il lapislazzulo, e c’è un grande scarto, così che la parte buona che rimane può essere più costosa dell’oro». A chi, poi, gli chiede se i colori lui li trovi o se li inventi, l’artista risponde: «Nessuno inventa i colori. Tutti i colori sono là. I colori esistono come pigmenti e nel corso degli anni abbiamo cercato nuovi e migliori pigmenti. (…) Pensi all’arcobaleno. L’arcobaleno non è una cosa piatta, va dall’infrarosso all’ultravioletto».

Finn Sködt. Oscillazione

Rapito da tutte le sfumature della natura, Sködt crede che i vari Pantone possano essere molto utili, «ma non risolvono tutti i problemi, hanno alcuni ottimi colori secondari e terziari, ma non puoi cominciare mischiando fra loro tre o nove colori (…). Nella vita reale, scavi i colori dalla terra, tanto per dire, non da un libro». Con questa idea in mente, crea le sue tinte su base geologica e geografica: Terra Verde di Verona, Giallo Napoli, Rosso Cinabro. E le riporta sui tessuti, creando la particolare personalità di Kvadrat. La collezione Divina si presenta dunque come una tavolozza di colori che non potrebbero essere più vividi di così, che riempiono i volumi con la loro pregnante densità – tenuto presente lo spessore e la pesantezza del tessuto cento-per-cento lana resistente all’acqua e al fuoco – una sorta di feltro da lui ideato e che tanto sarebbe piaciuto a Joseph Beuys.

«Non abbiamo scelto il nome Divina per nulla – dice Sködt – ma perché ci ha ispirato quali colori potevamo inserire nella palette. Se lo chiedete a me, ogni colore è divino, ogni colore è bello. È solo questione di usarlo in modo giusto o sbagliato».

Sono stati Constance Rubini, Hans Maier-Aichen, Njusja de Gier, Richard Hau e Yves Marbrier, curatori della mostra itinerante, a selezionare i 22 designer e a offrire loro la possibilità di sperimentare liberamente con il tessuto. Le opere esposte sono di Lindsey Adelman, Werner Aisslinger, Anton Alvarez, Big-Game, Duangrit Bunnag, Gonçalo Campos, François Dumas, Martino Gamper, Graphic Thought Facility, Richard Hutten, Silvia Knuppel, Max Lamb, Peter Marigold, Jonas’ Design, Studio Minale-Maeda, Philippe Nigro, Klemens Schillinger, Müller van Severen, Jerszy Seymour, Robert Stadler, Katharina Wahl, Bethan Laura Wood. Eccone alcune.

Per informazioni: Michela Bado miba@kvadrat.org +45 4099 8525

Suoni e colori nell’arte di Kandinskij

febbraio 18th, 2014 | No Comments | Posted in Arte, Spiritualità

Vassiliij Kandinskij

Vassiliij Kandinskij (1866-1944) è unanimamente considerato uno dei padri dell’Astrattismo. Russo per nascita e formazione, emigra in Germania dove vive l’avventura del Bauhaus. Qui approfondisce e porta a compimento le sue teorie su forma e colore, collabora con Walter Gropius, Joseph Albers, Oskar Schlemmer, László Moholy-Nagy, Paul Klee.

Nel 1934, l’anno successivo alla chiusura del Bauhaus da parte del regime nazista, si stabilisce in Francia, dove troverà il meritato successo, acclamato come “uno dei più grandi rivoluzionari della Visione” dallo scrittore francese André Breton (1896-1966) e onorato come “Grande Principe dello Spirito” dal pittore spagnolo Joan Mirò (1893-1983).

Vassiliij Kandinskij, Senza titolo, 1915, Acquerello e inchiostro di china su carta, cm 22 x 22,5, Lascito Nina Kandinsky, 1981, Georges Meguerditchian ‐ Centre Pompidou, MNAM‐CCI, © Centre Pompidou, MNAM‐CCI / Georges Meguerditchian / Dist. RMN‐GP© Vassily Kandinsky by SIAE 2013

Il suo astrattismo nasce dalla necessità di esprimere la musica con il pennello. Per parlare del soprannaturale che crede sia insito nell’Uomo, crea “strumenti superiori di percezione”, espedienti pittorici decisamente singolari che gli consentano di “parlare del mistero per mezzo del mistero”. (…) «Non mi sarei sorpreso se avessi visto un sasso dissolversi nell’aria davanti a me e diventare invisibile», azzarda, anche se dal profondo della sua pittura emerge la matrice della solida tradizione popolare russa.

Nelle opere di Kandinskij, spiritualità, suono, colore si fondono magicamente. Per lui i «colori acuti vengono sempre esaltati, acquistano un suono più acuto, quando sono associati a una forma acuta (per esempio il giallo associato al triangolo). I colori che tendono all’approfondimento vedono questa tendenza accentuata da forme tondeggianti (per esempio il blu associato al cerchio)», il rosso con il quadrato. E «andando molto in profondità il blu sviluppa l’elemento della quiete. Affondando verso il nero acquista una nota di tristezza disumana (…). L’azzurro, rappresentato musicalmente, è simile a un flauto; il blu scuro somiglia al violoncello e, diventando sempre più cupo, ai suoni meravigliosi del contrabbasso; nella sua forma profonda, solenne, il suono del blu è paragonabile ai toni gravi dell’organo” (Vassiliij Kandinskij, Tutti gli scritti, volume II, pg. 99 e  110). Kandinskij percepisce il colore come «un mezzo per esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde».

Vassiliij Kandinskij, Fragil, 1931, Tempera su cartone, cm 34,7 x 48,4 Lascito Nina Kandinsky, 1981, © Centre Pompidou, MNAM‐CCI / Service de la documentation photographique du MNAM / Dist. RMNGP, © Vassiliij Kandinskij by SIAE 2013

Dell’artista, Palazzo Reale, a Milano (fino al 27 aprile 2014), mette in mostra più di 80 lavori, tra dipinti e opere su carta, che illustrano i periodi principali della sua carriera, tutti provenienti dal fondo Kandinskij, Musée national d’art moderne del Centre Pompidou. L’esposizione offre uno sguardo completo sul suo percorso formativo, di viaggiatore, di esploratore di culture, di analista delle ragioni che muovono linee e colori, in un periodo in cui, in tutta Europa, soffiano venti di rivolta, di guerra, di instabilità politica, di innovazione. Kandinskij, in apparenza, non se ne cura, la sua mente e il suo spirito sono proiettati altrove: “L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro” (Vassiliij Kandinskij, Punto, linea, superficie, Adelphi, 2008).

Vassiliij Kandisnskij

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Genio e sregolatezza di un “vero americano” in mostra a Palazzo Reale a Milano

febbraio 14th, 2014 | No Comments | Posted in Arte

Jackson Pollock e la moglie Lee Krasner

Ultimi tre giorni della mostra Pollock e gli Irascibili a Palazzo Reale a Milano (chiude i battenti domenica 16 febbraio). Per l’occasione sono state previste tre aperture straordinarie fino alle ore 24:00 (venerdi 14, sabato 15 e domenica 16): i biglietti sono acquistabili solo presso la biglietteria, che chiude alle 23:00.

La mostra è il racconto di come la nuova estetica dell’arte moderna si sia formata, alla fine degli anni Quaranta, con la cosiddetta “Scuola di New York”: il primo movimento autenticamente americano che modificò la geopolitica dell’arte, sottraendo a Parigi il ruolo di capitale artistica per eccellenza, coniugando le influenze dell’Astrattismo e del Surrealismo con l’esperienza del Muralismo messicano e dell’arte dei nativi americani. Il racconto dell’esposizione si snoda attraverso le opere di 18 dei suoi maggiori esponenti, ma soprattutto attraverso il percorso artistico del suo autore di punta, Jackson Pollock.

Jackson Pollock, Number 27, 1950. Olio, smalto e pittura di alluminio su tela, 124,6 x 269,4 cm. © Jackson Pollock by SIAE 2013. © Whitney Museum of American Art.

Il pittore e scultore Budd Hopkins così descriveva Pollock: “Se cercate di immaginarlo pensate a un vero americano, non a un europeo trapiantato. Con le virtù virili del maschio americano: un duro, di poche parole e se cowboy ancora meglio. Certamente non uno dell’Est o uno che abbia studiato a Harvard. Senza influssi europei, ma con influssi di qui, messicani, indiano-americani e cosi via. Uno uscito dalle nostre terre, non da Picasso o Matisse, uno a cui sia concesso il gran vizio americano, il vizio di Hemingway, quello di bere”. E il gran vizio americano sarà poi anche quello che lo perderà: morirà infatti all’età di 44 anni, dopo aver lottato con l’alcool per tutta la vita, in un incidente stradale causato proprio dal suo stato di ebbrezza. Era l’11 agosto 1956.

Jackson Pollock, Number 17, 1950 / “Fireworks”, (1950). Olio, smalto, vernice di alluminio al bordo, 56,8 x 56,5 cm. © Jackson Pollock by SIAE 2013. © Whitney Museum of American Art.

Colpisce, soprattutto, il Pollock personaggio, scrive nel catalogo Luca Beatrice, curatore della mostra, «non si sa quanto suo malgrado o quanto invece abilmente costruito sullo stereotipo “genio e sregolatezza”, che farà da apripista a diversi divi irregolari di Hollywood e, soprattutto, alle rockstar maledette di fine anni Sessanta. In effetti la grande popolarità del pittore, nato a Cody in Wyoming nel 1912, ha origini mediatiche, se si pensa che senza le fotografie e il breve film – diretto da Hans Namuth nel 1950 all’interno del suo studio a Springs, Long Island, dove Pollock si rifugiava per lavorare fuori dal caos di Manhattan – il messaggio non sarebbe mai arrivato in modo cosi diretto ed esplicito e di conseguenza neppure la sua fama».

“Quando Namuth, dunque, entra nello studio di Pollock, capisce che il nodo cruciale è l’artista, non l’opera […] Il fotografo avverte che il bello sta proprio nel guardarlo lavorare, Pollock. Invadere il suo spazio e carpirne la gestualità come se, per una volta, pittore e opera si fondessero in una cosa sola. Protagonista di questo breve film non è il quadro finito ma la ritualità dell’esecuzione”. Ecco il famoso film:

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Yoga, l’arte della trasformazione

febbraio 4th, 2014 | No Comments | Posted in Arte

Dettaglio di “Vishnu Vishvarupa”, India, Rajasthan, Jaipur, circa 1800-1820. Victoria and Albert Museum, Londra.

Per gli induisti lo Yoga è una delle vie che portano alla totale trasformazione dell’animo umano, all’elevazione spirituale, all’incontro con il divino.

La mostra Yoga: l’arte della trasformazione – all’Asian Art Museum di San Francisco dal 21 febbraio al 25 maggio e al Cleveland Museum of Art dal 22 giugno al 7 settembre 2014 – analizza il ruolo degli yogi e delle yogine nella società indiana negli ultimi duemila anni. In mostra più di 120 opere che vanno dal III secolo d. C. agli inizi del Novecento. Sculture, icone votive, manoscritti illustrati, dipinti, fotografie, libri e film provenienti da 25 musei e collezioni private dell’India, dell’Europa e degli Stati Uniti. I pezzi forti della mostra sono un’installazione che riunisce, per la prima volta, tre pietre monumentali rappresentanti dee yogine appartenenti al Tempio di Chola a Pullamangai (X secolo), 10 fogli della prima raccolta illustrata di asanas – le posizioni yogiche – realizzata appositamente nel 1602 per uno degli imperatori mogol e mai esibita negli Stai Uniti, e un film di Thomas Edison, Hindoo Fakir, del 1906, la prima pellicola mai girata sull’India.

Asana – posizioni Yoga

Yoga Narasimha, Vishnu nelle vesti del leone Avata. ca. 1250. India, Tamil Nadu. Cleveland Museum of Art.

Colin Murray, “Gruppo di Yogi”, circa 1880. Bourne & Shepherd Studio. Collezione Gloria Katz e Willard Huyck.

L’impressionismo di Camille Pissarro a Pavia

gennaio 31st, 2014 | No Comments | Posted in Arte

Camille Pissarro (1830-1903), è l’unico artista a esporre in tutte le otto mostre impressioniste tenute in Francia tra il 1874 e il 1886. Fu lui a scrivere la lettera di fondazione del Movimento.

Il 21 febbraio 2014 inaugura, alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, la mostra «Pissarro, l’anima dell’impressionismo» (fino al 2 giugno). L’allestimento della mostra, dicono gli organizzatori, sarà totalmente innovativo presentando un format che punta prima di tutto ad emozionare i visitatori. Vedremo.

Camille Pissarro, 3 Juin, Temps Pluvieux, Eragny

Camille Pissarro, Boulevard Montmartre: Matin, 1897

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